Lucania, un paesaggio di anime*

[…]con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.
Rocco Scotellaro, È fatto giorno, 1954

HENRI CARTIER-BRESSON

Era datata 18 aprile 1985 la lettera con cui Henri Cartier Bresson informava il suo amico Rocco Mazzarone – medico intellettuale e profondo conoscitore della Lucania – che le ventisei foto – montate su pannelli di masonite – dei suoi reportage in Basilicata negli anni 1951-’52 e 1972-‘73, si trovavano al sicuro in un deposito parigino, al n° 4 di Rue des Volontaires, pronte per un lungo viaggio verso Tricarico.
Com’è noto le ventisei fotografie donate dal celebre fotografo francese al comune di Tricarico, in onore di Rocco Scotellaro, arrivarono a destinazione solo nel 1990, dopo essere state esposte prima a Parigi e poi a Monaco di Baviera, e attualmente costituiscono il nucleo fondante della preziosa collezione di immagini della Lucania all’interno degli archivi fotografici del Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra”.
Quando il più grande fotoreporter della storia giunse per la prima volta in Lucania, erano gli anni (dal 1951 al 1965) in cui l’interesse nazionale si concentrava sulla Basilicata, dapprima con il Piano del Governo De Gasperi per l’evacuazione dei Sassi di Matera e subito dopo con l’arrivo nel materano delle spedizioni etnografiche sul folklore dei contadini lucani di Ernesto De Martino, accompagnato da Ando Gilardi e Arturo Zavattini, con le ricerche dei gruppi di studio statunitensi sulle comunità coordinati da George Peck e Friedrich Friedmann, nonché le ricerche urbanistiche di Ludovico Quaroni e Adriano Olivetti, il quale proprio nel 1951 chiese a Henri Cartier Bresson di accompagnare le ricerca a Matera, ed infine nel 1964 con l’arrivo della troupe per le riprese del “Vangelo Secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini.
Il fascino intellettuale e visivo che la Lucania esercitava all’epoca era dunque assai forte. La regione, come altre del mezzogiorno, ma in modo forse ancora più emblematico, divenne pertanto oggetto di studio per un considerevole numero di fotografi, noti e meno noti. Dopo le esperienze di David Seymour a cavallo tra il 1951 e il 1952 fu la volta di Cartier Bresson che, appoggiandosi proprio a Scotellaro e Mazzarone, e girando in compagnia di sua moglie e di Mazzarone stesso, toccò in Lucania, nel primo viaggio, numerosi luoghi quali Aliano, Craco, Ferrandina, Matera, Metaponto, Pisticci, Rionero, Scanzano, Stigliano.
Ciò che Cartier Bresson riuscì a catturare della Basilicata fu il racconto della vita dei vinti, degli ultimi, di quei riti antichi, arcaici, di “un mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente” (Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli).
Bresson fu capace di consegnare all’eternità l’epicità di quei volti scavati dalla fatica, interessato alla fotografia non come mera ricerca estetica, ma al risultato che attraverso l’obiettivo poteva raggiungere: “catturare quel minuto, parte della realtà”.
Espresse con la fotografia ciò che il celebre poeta di Tricarico realizzò con i suoi versi: restituire voce e contorno a chi per secoli era stato ridotto al silenzio e all’invisibilità.
Fu raccoglitore dell’irripetibilità, di quel segmento naturale ed autentico che si consegnava anarchico al suo “occhio di falco” in grado di scrutare, comporre ed ordinare il reale in un gioco di luci, scevro di inutili tecnicismi, guidato unicamente dalle traiettorie della sua immensa sensibilità.
Cartier Bresson come nessun altro è riuscito a sentire con gli occhi l’autenticità e la bellezza di quel mondo quasi impenetrabile, “educato” a non vedere e a non essere visto.
E poiché come scriveva Julio Cortazár: “un racconto è come una fotografia: quel che si vede è solo ciò che è compreso nell’inquadratura”, non si può che essere grati all’ “occhio del secolo” per aver consegnato alla storia il racconto di quella gente “con la faccia di terra e le braccia di legno”, la luce di quei paesaggi di anime senza tempo e tutta la drammaticità e la poesia di una terra che per anni ha atteso, paziente, che facesse finalmente giorno.

Mariagrazia Passamano

*Lucania, un paesaggio di anime (Pubblicato su NUOVO MERIDIONALISMO, Periodico di attualità e cultura, ISSN 2282 4375, Gennaio-Febbraio 2020 ANNO XXXV, pag. 51)

Oltre le transenne

Ariano covid 5 altra versioneFu la voce stridula di un megafono ad annunciare la chiusura di Ariano Irpino, era il 15 Marzo e al popolare “è arrivato l’arrotino” si sostituì il monito “dovete stare a casa”. L’immagine della macchina bianca con l’altoparlante che girava per le strade del paese fu trasmessa dopo poche ore in tutti i TG nazionali.
Il Tricolle diventava “zona rossa”. Pareva quasi di poterle toccare le transenne del confine, mentre il paese veniva amputato della libertà di circolazione.

Da Domenica 15 a Martedì 17 Marzo quattro irpini persero la vita per corona-virus, mentre i contagiati in Campania risultavano essere 64, di cui 35 solo ad Ariano (quelli contati dall’Unità di Crisi della Regione) al secondo giorno di “zona rossa”.
In un primo momento sul banco degli imputati finirono le feste di Carnevale che si erano tenute dal 21 al 23 Febbraio; quegli ultimi momenti di gioia divennero motivo di tormento per molti, e segnarono per tanti l’inizio di quel conto alla rovescia di 14 giorni accompagnato dalla spasmodica autoanalisi dei presunti sintomi.
Nei giorni che seguirono alla statuizione della “zona rossa” esplosero una serie di gravi problematiche, dalla chiusura del Pronto soccorso del Sant’Ottone Frangipane fino alle richieste di aiuto da parte delle operatrici sanitarie della RSA Centro Minerva.
L’impressione è che Ariano Irpino sia stata lasciata sola per molti giorni, dimenticata dalla Istituzioni, chiusa in un silenzio spettrale, corrosa dalla paura e dall’incertezza.
È difficile raccontare la disperazione dei mesi appena trascorsi; le mura delle abitazioni sembravano non sufficientemente spesse per contrastare la potenza e l’aggressività del nemico silente, si respirava il senso della fine, la morte non aveva mai alitato così vicino alle nostre vite.
Eppure dopo una prima fase di disorientamento il paese ha reagito con tutte le sue forze, i dirigenti del Frangipane hanno indirizzato lettere di denuncia e richieste di aiuto a mezzo stampa al Presidente De Luca, le operatrice del centro Minerva con le loro proteste scomposte ma tenaci hanno salvato se stesse e molti anziani da un destino che sembrava segnato.
Questa volta il fatalismo e la proverbiale rassegnazione irpina non hanno avuto la meglio. Ariano ha alzato la voce, ha preteso assistenza, supporto, aiuto. E ognuno ha fatto la sua parte. Nessuno si è tirato indietro. Molti sono stati i gesti di grande solidarietà, la cittadinanza si è organizzata a supporto delle persone più vulnerabili, i piccoli commercianti hanno provveduto fin da subito ad effettuare le consegne a domicilio. Nessuno è stato lasciato indietro, nessuno.
Questa pandemia ha svelato tutte le nostre fragilità e le falle del nostro Welfare State, ci ha fatto toccare con mano l’esito nefasto del nostro individualismo malato e del nostro giocare in piccolo, ma al contempo ci ha anche mostrato le nostre reali potenzialità.
Doveva arrivare il covid-19 nelle aeree interne per vedere riaprire degli ospedali o dei reparti essenziali di alcune aziende sanitarie? O per avviare delle raccolte fondi per le famiglie economicamente in difficoltà? E per scoprirci, finalmente, parte di un tutto?
Questa tragedia immane ci ha mostrato l’altra faccia della luna. Ci ha dato l’opportunità di capire che, come ha sostenuto Papa Francesco, “nessuno può salvarsi da solo”. Parole, queste ultime ,che evocano i versi della celebre poesia di John Donne: “Ogni morte di un uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’umanità e così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”. Quando suona la campana non suona per qualcuno ma per tutti gli uomini, per l’umanità che perde pezzi. L’uomo in quanto tale è creatura della terra e fratello degli altri uomini, non è un’isola, sola e indipendente dal resto, ma è un pezzo della terra, una zolla, parte di un tutto e a questa legata. Ogni morte d’uomo è pertanto una diminuzione, è il distacco di una parte della terra, e questa ne risente nella sua interezza. È da questo concetto basilare che prende vita uno dei più celebri romanzi di Ernest Hemingwey, il cui titolo richiama proprio i versi di Donne, “Per chi suona la campana”. Il suo protagonista, Robert Jordan, dopo aver combattuto a lungo si ritrova solo, per sua scelta, ormai prossimo alla morte, e in quegli attimi ha un pensiero dominante che gli agita la mente: «spero di aver fatto qualcosa di buono […] se vinceremo qui, vinceremo dappertutto. Il mondo è un posto magnifico e vale la pena combattere per esso […] vorrei che ci fosse qualche modo di trasmettere a qualcuno quello che ho imparato».
Ogni accadimento tragico, o flagello, a prescindere dalla sua origine, è caratterizzato da un’ambivalenza, da un binomio inscindibile: disperazione e speranza, morte e rinascita. Questo è l’insegnamento di Hemingwey, ma anche il principio cardine del cristianesimo, e a ben vedere quel “trasmettere a qualcuno ciò che abbiamo imparato” rimane l’unica via possibile per non essere ingoiati, vinti, dalla spirale della caducità.

Mariagrazia Passamano

Rivolgo un grazie sincero a Valerio Saldutti, e un pensiero commosso a tutte le vittime di Covid-19

Pensieri di uno specchio in un bagno pubblico #Coronavirustime

Dalla finestra di fronte intravedo un concentrato di bianco attraversato da piccole note di azzurro; penso sia il cielo. Io all’aperto non ci sono mai stato, mi hanno condotto qui tanti anni or sono su un camion, in una scatola, il cielo non l’ho visto mai. Certo l’ho sentito citare spesso, pare si trovi in cima ad ogni cosa; gli umani lo invocano frequentemente, gli attribuiscono un potere divino e consolatorio. Io credo invece sia solo un soffitto, niente di misterioso, un semplice soffitto.
Non mi ero mai soffermato troppo a lungo a guardare fuori dalla finestra in questi anni, per mancanza di tempo, credo. Troppe file, innumerevoli volti da rispecchiare, tutto molto frenetico e sviante. Ora invece sono giorni che non si vede nessuno, non so dove si siano cacciati tutti. Forse avranno chiuso il bagno o addirittura la città che ci ospita. Non so. Qualche giorno fa ho visto due ragazze, indossavano guanti di plastica e mascherine. Immagino fossero delle infermiere o anche dei medici. Si sono lavate insistentemente le mani, e non si sono avvicinate molto l’una all’altra. Mai vista tanta attenzione all’igiene nella mia vita, onestamente.
Questa umanità è strana: siamo passati da folle di gente impazzita a questo silenzio.
Ho atteso Faustina, ma niente. È da più di due settimane che non si vede neanche lei.
In questi anni mi è capitato di non sopportare gli umani, non che ora abbia imparato ad amarli improvvisamente, intendiamoci, ma ad essere sincero un po’ mi mancano con la loro invadenza, con tutto il casino che si portano dietro. Sento la nostalgia di tutta quella varietà di pelli, di labbra, di occhi; di quelle facce che rifletto e che cambiano espressione al mio cospetto, vorrei rivedere ancora le loro risate e i loro fiumi di lacrime. Mi manca addirittura Faustina, con le sue urla isteriche, e Ramona con le sue alitate di alcool. Mi mancano gli amici della notte, quelli che usavano questa fogna per ripararsi dal freddo, ma dove siete finiti tutti?
Ma non è che vi siete estinti?
Non credo sia in atto una guerra, non si sente mica sparare, le battaglie comportano un carico assordante di rumore. Ed io non sento niente da giorni lì fuori. Può essere che si siano inventati un’altra forma di guerra, una guerra tacita, fredda, invisibile, loro queste bestialità a volte le fanno. Non sarà mica che si saranno inventati un gioco del silenzio di massa? Se in palio poi ci fosse un monte-premio importante, venali come sono, parteciperebbero tutti di buon grado.
Comunque non so se vi stiate autopunendo o se abbiate reso l’aria talmente irrespirabile da non potere più uscire di casa, non so dove vi siate cacciati tutti, ma una cosa consentitemi di dirvela: tornate!
Questo soffitto azzurro è insostenibile senza di voi.

Pensieri di uno specchio in un bagno pubblico #Christmastime

E così sono giunte anche quest’anno le vacanze natalizie. La corsa agli acquisti non conosce tregua, un magma di folla impazzita invade ogni centimetro di questo piccolo bagno di città.
Si assiste ad ogni forma di istrionico imbarbarimento del concetto autentico della festività in atto.
Fioccano visi al botulino, occhi stirati come panni rinsecchiti al sole durante la stagione estiva; i pacchi dei regali strabordano dai sacchetti di plastica abnormi che vengono posati a terra in ogni dove tra residui di urina e liquidi di ogni genere.
Ogni anno è così, la frenesia aumenta, il bagno è intasato di gente, ma il temperamento tempestoso di Faustina sembra conoscere una breve fase di arresto grazie ai benefici effetti di Sua Maestà “la Tredicesima”.
– «Abbiate un poco di pazienza, pulisco e poi riapro la porta!»
Mette in fondo alla stanza il suo noto cartello e piano piano viene verso di me, esclamando: «Meglio fare presto oggi, c’è una gran confusione». Inumidisce il panno e inizia ad imbrattarmi come al solito. «’sto specchio mi pare proprio vecchio, forse andrebbe sostituito».
O forse dovremmo sostituire te, che insudici le nostre superfici da dieci lunghi anni ormai. La preferisco nervosa e disattenta, la sua finta ed improvvisa accuratezza mi dà quasi sui nervi. Le squilla il cellulare, mette i suoi guanti cicciuti dentro le tasche ed estrae il cellulare: «Pronto! Amore di nonna! Siete Partiti? Bravi! Bravi! Ed io vi aspetto. Di’ a mamma che per la vigilia ho comprato il capitone, il baccalà e le vongole. Tanti baci pure a te, amore. Fate piano, mi raccomando».
Rimette il cellulare in tasca ed inizia ad intonare una strana canzone.
– «Signora mi scusi posso entrare un secondo, sa, sono incinta, posso?», sussurra una ragazza dal fondo della stanza.
– «Ci mancherebbe, Signora. Attenzione a non cadere però, perché sennò facciamo la frittata. La vengo a prendere»
Osservando l’inconsueta gentilezza di Faustina mi viene in mente un solo pensiero: alcune persone non sono dedite all’inumanità, sono soltanto povere.

– «Vieni amore, aspettami qui da bravo. Vado a fare la pipì e poi torno da te!»
Odo in lontananza i lamenti di un piccolo cane, e i tacchi lesti della donna che l’ha legato momentaneamente al termosifone.
– «Arrivo, cucciolo! Non ti spaventare»
Nel tempo che la “sua mamma” è rinchiusa in bagno, il piccolo dà vita ad un discreto concertino di ululati alternati a ringhiate isteriche. Niente sembra dissuaderlo dalla rabbia che lo devasta in quell’interminabile attesa.
Poi finalmente la luce: “Amore! Eccomi! La tua mamma è tornata!»
Tornata? Ma saranno stati separati da pochi centimetri per due o al massimo tre minuti.
– «Il mio grande amore, vieni in braccio alla tua mamma!»
Si avvicinano alla mia visuale, in un delirio di baci e carezze. Il cagnolino è nero, di minuscola taglia, la sua mamma invece è una ragazza di trent’anni, con un caschetto biondo e dalle gote generose. L’ ossitocina straripa da ogni poro, sono nel mondo ma totalmente intoccabili, imprendibili. Forse è questo il senso ultimo dell’amore: renderci più resistenti rispetto agli urti del mondo.
Mi capita spesso di riflettere coppie, ma così innamorate raramente. È una danza di gesti di cura e di amore, nei loro sguardi rinvengo uno stato di gioia assoluta, una sorta di beatitudine, un pezzo di infinito in questo umido seminterrato.

Finalmente un momento di pace, la foga consumistica si è arrestata. Un po’ di sollievo almeno fino a domani mattina.
– «Ed io cosa avrei da festeggiare, questa mia vita misera? La mia condizione di emarginato, di rifiutato? »
È tornato Orlando. L’ho atteso a lungo in questi notti. Sono stato in pena per lui.
Si dirige verso il bagno, particolarmente barcollante, mentre continua a parlare sottovoce, non riesco a decifrare il suo monologo.
Improvvisamente sento un gran baccano, un crollo, poi più niente.
Urlo: «Orlando!», ma nessuno può sentirmi, nessuno mi sente.
Eccomi inchiodato al mio immobilismo, alla mia impotenza. Non sono che una cosa, un oggetto. Una nullità.

Sono le tre di notte e stanno tirando fuori Orlando dal bagno su una barella.
L’arrivo del Natale ha ristretto ancora di più il suo perimetro di sopportazione e dilatato, ampliato le sue ferite.
Spero sia un addio senza morte, amico mio. Mi auguro di non rivederti mai più in questo inferno.

Pensieri di uno specchio in un bagno pubblico #2

Non capisco cosa stia accadendo questo pomeriggio. Il bagno è travolto da file disumane. Ci sarà sicuramente un avvenimento importante, lì su, in centro, da qualche parte.
Faustina, la nostra donne delle pulizie, è da stamane che si dimena in imprecazioni di ogni genere.
Ha appena messo il cartello “caution wet floor” in fondo alla stanza, e ora adagio estrae il suo termos del caffè dalla borsa e inizia a bere, mentre concentrata guarda i messaggi su whatsapp. Parla da sola, si lamenta di tutti e di tutto. Rimprovera le figlie che ancora non le hanno neanche scritto: «A me nessuno mi pensa! Certo se fossi stata ricca, mi avrebbero amata tutti, invece siccome pulisco cessi, nessuno mi considera, neanche quel traditore di mio marito».
Si avvicina a me con un panno unto, mi spruzza addosso un liquido nauseabondo, e inizia a strofinare con forza: «ma pure le macchie di rossetto, ma queste che ci fanno con ‘sto specchio, ci fanno l’amore?!».
Sono ancora più sporco di prima, non vedo più nulla, e intanto lei: « È un degrado, un degrado!»
Io a Faustina voglio bene, ma le pulizie non le sa proprio fare. Mi ha sporcato gravemente, superando addirittura i suoi record precedenti, mi toccherà attendere il fazzoletto pulito di qualche anima narcisistica.
Vedo tutto annebbiato.
– «L’ha visto il cartello?», infierisce contro una ragazza, «sì, è straniera, ma qua c’è scritto in inglis. Né vogliono fare niente e né mi lasciano fare niente. Oggi poi doveva venire pure questo artista famoso a mettere le installazioni dentro ai bagni. Ho capito la parità, ma qua gli uomini vanno nel bagno delle donne e le donne dappertutto. Io rispetto l’arte, per carità, ma così diventa un manicomio. Altro che arte! E poi sarò all’antica io, ma le installazioni dentro ai cessi non mi sembrano proprio un tocco di genialità».
Finalmente, dopo questo lungo sfogo, Faustina riapre la porta del bagno e lascia entrare le persone.

– «Margherita vieni qua»
– «No, mamma sono in fila»
– «Ma il bagno dei disabili è libero»
– «Mamma non possiamo andare nel bagno dei disabili»
– «Ma non c’è nessuno, io ci vado!»
Margherita non risponde più, ma la madre continua a chiamarla, facendosi spazio tra le donne in fila.
Infine, ad alta voce la mamma conclude: «Allora sei proprio scema, non ho parole».
Riesco ad intravedere a mala pena il volto di Margherita tanto è insudiciata la mia visuale, è una ragazzina con i capelli neri che segue in maniera composta la fila mentre cerca nello zaino il suo pacco di fazzolettini.
Mi piace credere che il futuro abbia il volto di Margherita.

– «Papà ma tu qui non puoi entrare, qui solo le femminucce possono»
– «Lo so amore, ma a fare la pipì chi ti accompagna?»
– «Sono grande ormai, posso farla anche da sola»
Grande non direi, non raggiunge neanche il lavandino.
– «Papi mi prendi in braccio? Voglio vedere se la lingua è blu»
– «Dopo amore, dopo. Prima fai la pipì»
La piccola caparbiamente si avvicina al lavandino, il padre cede, la prende in braccio, e lei parte con la sua linguaccia: «È blu, visto?»
– «Con tutte le M&M’S che hai mangiato, lo credo bene!»
– «Papi, ma la lingua a cosa serve? Perché abbiamo la lingua?»
– «Dai, Marta, ora vieni giù»
– «Papi, facciamo una foto? Su! Su!»
Marta ha i capelli biondi raccolti in due codini, un visino minuto, gli occhi marroni, vivacissimi Il padre avrà più di 40 anni, sembra molto provato, sudato: «Vieni giù così prendo il cellulare».
La rimette a terra e poi la riprende nuovamente in braccio.
– «Papi, sorridi, dai!»
Flash. Il padre scatta la foto e si sforza di sorridere, mentre Marta sembra già una selfiesta navigata, fa la linguaccia e mette le dita a V.
– «Ora andiamo in bagno», dice il padre.
La bambina continua a fare domande, sembra un juke-box impazzito. Il padre prova a starle dietro, io invece sono già in preda ad un forte esaurimento nervoso.
– «Papi, facciamo un’ultima foto? Davanti ad un altro specchio però, quello è tutto sporco e brutto», dice la bambina indicando me.
Arrivaci tu alla mia età senza aver battuto mai ciglio e poi ne riparliamo, impertinente lingua blu.

È ritornata Ramona, erano giorni che non si faceva viva. Arriva abitualmente verso quest’ora, poco prima delle 21:00. Ha sempre il suo bicchiere di plastica con dentro dei cocktail. Anche questa volta porta il bicchiere in bagno con sé. Avrà più di 45 anni, non ho mai capito che lavora faccia e soprattutto se abbia un lavoro, ma a giudicare dal suo modo di vestire e dal suo aspetto curato credo di sì. O almeno mi pare pacifico che non faccia la fame.
– «Che poi cosa dovevo rispondere a quella? Uno non può neanche tranquillamente scambiare due parole con un uomo che subito partono le scenate di gelosia, le offese e i gesti di inciviltà”.
È abbastanza agitata questa sera. Lei viene qui, e tra un sorso e un altro parla con me. A volte grazie a lei mi sento quasi umano.
– «Ma quanto cavolo sei sporco oggi?!»
Eccola la mia anima narcisistica, ecco chi mi salverà. Ma cosa fa?
No, non voglio vedere, no no. L’acqua, l’acqua, apri il lavandino, ti prego. Vengo quasi inondato dalla sua saliva. Ramona perché?
Mi fidavo di te, ma perché non bagnare il fazzoletto con un po’ di acqua?
Perché hai scelto di impiastricciarmi con il tuo liquido salivare al sapore di alcool?
– «Capito in che Paese viviamo?»
In verità non capisco più niente, so solo che sto ingoiando il tuo intruglio.
Si avvicina per dare un’occhiata al brufolo che ha sulla guancia destra e vengo travolto da una potente alitata di negroni: «Siamo un Paese di matti, uno non può manco parlare civilmente con un essere umano, soffrono tutti di manie di persecuzione, tutti nervosi. Ma poi io con quel tipo non ci stavo mica provando?! È questa l’assurdità».
Si riaggiusta la frangia e le sopracciglia. Altro sorso, e dopo l’ultimo sguardo ammaliante, butta nel cestino il suo bicchiere ormai vuoto: «non ci capisco più nulla», esclama.
Siamo in due.
Fine dello show. Sipario

Saranno pressappoco le dieci di sera, è stato un giorno faticoso; Faustina, prima, e Ramona, dopo, mi hanno proprio mandato fuori uso quest’oggi.
– «Che fai mi segui pure in bagno? Non posso chiamare i miei per chiedere ancora soldi, smettila di insistere, Luca»
– «Ah non puoi? E perché? Sentiamo… »
– «Perché mi vergogno. Io ero una ragazza perbene, prima di conoscere te»
– «E che cazzo c’entra questo ora?»
– «C’entra, c’entra. Fammi andare a pisciare adesso.»
Non chiude la porta del bagno; dopo aver tirato lo sciacquone mi raggiunge lentamente. Inizia a lavarsi le mani, mentre cerca di specchiarsi. Lui si avvicina, non lo vedo in volto: «Quindi? Che vuoi fare?», esclama.
– «Mi devono pagare l’ultimo mese del mio lavoro al call center, ricordi? Aspettiamo quelli.»
Lui le dà uno spintone e urla:”Aspettiamo quelli? Ma tu hai capito o no che io non posso aspettare?»
– «Mi hai rovinato la vita», sussurra la ragazza, mentre si asciuga le lacrime con forza, «anch’io non posso più stare senza quella merda ormai».
Sento i passi di lui allontanarsi velocemente.
La ragazza avvicina alla mia visuale i suoi occhi azzurri, accerchiati dal nero della disperazione. Non scorgo ancora un viso denutrito e segnato; sarà solo all’inizio del suo calvario.
Alcuni volti che accolgo mi segnano, sono solo un pezzo di rigida e passiva nullità, lo so bene, ma certi dolori li trattengo un po’ prima di rimandarli indietro, sarà forse per questo che anche noi invecchiamo, in qualche maniera la vita degli altri segna anche noi.
– «Luca aspetta, non mi lasciare, chiamo i miei, chiamo i miei, fermati!»

©Mariagrazia Passamano. All rights reserved

Pensieri di uno specchio in un bagno pubblico

È notte fonda, vi è un odore insopportabile in questa galera, per le pulizie purtroppo bisognerà aspettare le sei.
Non mi hanno ancora riparato il neon sinistro. Stanotte, a quanto pare, lavorerò ben poco, ma non mi dispiace molto, si incontrano volti non facili da rispecchiare la notte. Di giorno tutto è anestetizzato, compresso, veloce, di notte, invece, ogni cosa esplode, si scompone, si modifica, si deforma, tende alla patologia.

Saranno le quattro, una donna fa capolino, è arrossata in viso, ho giusto il tempo di intravedere le sue labbra gonfie e: «Non si vede niente, che razza di specchio», mi lascia e passa allo specchio accanto: “Mi ha distrutto quel maiale, guarda qua che mi ha fatto, quel pervertito».
Ha un accento straniero, non ne riconosco l’origine. Un suo cliente è stato particolarmente violento, a quanto pare.
È un via vai di prostitute la notte, e a volte raccolgo i segni di uomini non proprio definibili come UOMINI.
L’acqua del lavandino scorre, la donna va in bagno: «Manco un po’ di carta igienica, che razza di cesso!»
Poi sento i suoi passi allontanarsi veloci.
Fine della pausa.
L’acqua del lavandino continua a scorrere

– «Dai qui è perfetto, mica ci vede nessuno?»
– «Fai piano!»
Stanno rompendo il lavandino mi sa, non li vedo, ma li sento. Sembrano gattini in fase grattini.
Capita anche questo la notte, non che di giorno non accada, ma la notte succede con maggiore frequenza e diciamo anche con maggiore veemenza. In questi bagni non esiste distinzione di sesso, di nazionalità… qui veramente si assiste ad ogni sorta di accoppiamento.
Non c’è discriminazione che tenga. Qui dentro vige l’imperio dell’ormone.
Il lavandino sta per cedere, lo sento scricchiolare, accompagna con le sue ultime forze gli ululati finali della coppia vogliosa.

Oh no quei passi! Li riconosco! Spero solo che oggi vada oltre, altrove, dai miei colleghi. Quanto le piacerà premere quei tacchi contro il pavimento. No!!!! È di nuovo qui anche stamane. Anche stamane mi tocca prendere parte al suo rituale da selfiesta compulsiva.
Nell’era di Instagram siamo noi specchi i veri perseguitati.
Ore e ore di prove, di pose. Petto in fuori e pancia in dentro. Sedere bene in vista e viso stirato. Labbra a canotto e sguardo sospeso, spento, di chi ha ingerito un flacone di valium.
Tutte le mattine che Dio manda in terra, dal lunedì al venerdì, prima di iniziare a lavorare, lei è qui. Porta con sé trucchi e cremine.
Vista da diverse angolazioni non cambia: è perfettamente conforme al cerimoniale-influencer, totalmente omologata alla modalità Instagram.
Noia. Tanta noia, un’infinita noia.
Spero molli al più presto la superficie del mio punto di vista.

Cammina trascinando la gamba destra. Sbaglia sempre, viene continuamente nel bagno delle donne, Orlando. Si richiude i pantaloni lentamente, incurante del suo essere fuori luogo, sfiora il mio spazio con lo sguardo mentre regge il suo bastone. Non mi incontra, troppo doloroso. Non si lava mai le mani, fugge, anestetizza ogni tormento con la sua bottiglia di plastica con dentro il vino.
Il perimetro del suo esilio diventa ogni giorno più ristretto. Chissà fino a quando resisterà!

– «Mi scappa forte! Che ti ha scritto tua madre? Hai risposto a Vittorio?»
– «Mia mamma penso ci abbia sgamato… no, a Vittorio col cavolo che rispondo!»
– «Guarda figo questo rossetto!»
– «Me lo Presti?»
– «Sì, certo!»
Avranno 16 anni, queste due ragazze, entrambe castane, capelli lunghi, mi stanno appiccate quasi a volermi baciare, probabilmente hanno problemi di miopia. Non vedono un granché bene, il rossetto mi pare sia anche leggermente sbavato. Sfoggiano tutta una serie di pose, in maniera quasi meccanica. Ridono di continuo, mi annebbiano con i loro aliti al sapor di tabacco fresco. Fuggire alla regola è inebriante a quell’età! La trasgressione è il metro di misura dell’adolescenza. Le osservo, le accolgo. Il suono acceso delle loro risate mi mette di buon umore.

– «Ho fallito di nuovo, un ‘altra bocciatura, cosa mi invento adesso?»
Ha un viso incavato, riporta le mani nei capelli a più riprese. Si guarda intorno, teme che qualcuno possa sentirla. Fissa la sua immagine per tre minuti almeno. Ha l’aria di chi ha studiato molto, gli occhi neri risaltano sull’incarnato bianco. Superare un fallimento non credo sia facile. Io non sono mai caduto – per fortuna, altrimenti smetto di esistere! – e quindi non conosco questa sensazione. Grazie alla ormai nota credenza popolare che mi riguarda, gli umani hanno una gran paura di farmi cascare, mettono viti spesse per evitarlo, adottano ogni precauzione necessaria per sorreggermi, sette anni di sfortuna non sono mica pochi, in effetti. Io resto in piedi e loro si illudono di navigare in acque favorevoli. Compromesso perfetto. Vivo alle spalle delle loro speranze e paure. Rimango l’oggetto più temuto e ora anche il più popolare. Creo dipendenza e fobie. Salvo e maledico. Mi nutro della vanità umana.

RIFLETTO, questo è quanto.

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Il tempo della caduta

1980.Castelvetrano.-Funerali-del-sindaco-democristiano-Vito-Lipari-ucciso-dalla-mafia-Copia

Foto di LETIZIA BATTAGLIA

Tempo fa, mentre mi trovavo su un autobus che mi avrebbe condotto alle piramidi di Teotihuacan, e osservavo fuori dal finestrino le favelas sparse come un piccolo alveare lungo la strada, mi passò davanti un camion con sopra scritto “Italia”. Ero fuggita, come ho fatto ripetutamente in questi anni, ma quel minuscolo fazzoletto di terra in mezzo al Mediterraneo continuava a perseguitarmi ovunque. È una storia d’amore che si trascina lenta e logorante verso la fine, quella con il mio Paese, la storia di un amore non corrisposto, costellato di ritorni e di addii. E con la rabbia e l’amarezza di un’amante tradita desidero raccontare due storie in grado di spiegare (in parte) la ragione del mio risentimento.
Una ha inizio in provincia di Napoli, esattamente a Torre del Greco: Matteo, Gerardo, Giovanni e Antonio decidono di partire per le vacanze, una fuga on the road, che vedeva come tappe prima Nizza e poi successivamente Barcellona. In principio avevano pensato di prendere l’aereo, e invece da ultimo hanno optato per la macchina, pensando di celebrare in tal modo il loro spirito avventuriero ed esplorativo. Ma i quattro ragazzi di Torre del Greco non sono mai giunti sulla Rambla e neanche sul lungomare di Nizza. Mentre si immaginavano, da lì a pochi giorni, davanti ad una caraffa di sangria, tra risate e video selfie, il loro viaggio di vita e divertimento si è interrotto dentro quella golf grigia risucchiata dal vuoto, il 14 agosto del 2018.
Nella seconda storia siamo invece a Corinaldo, un paesino in provincia di Ancona, dove la notte del 7 Dicembre molti, troppi, ragazzi si trovano nella discoteca Lanterna azzurra. Sono tutti in attesa del loro idolo che però tarda ad arrivare. Immagino l’attesa adrenalinica, i rumori, le luci psichedeliche, quel tutto accelerato, confuso, “strippante”. Ad un certo punto però l’inizio della tragedia: qualcuno spruzza lo spray al peperoncino, inizia la fuga, le persone si accalcano verso l’uscita di sicurezza (l’unica aperta a quanto pare) ma appena fuori i due parapetti laterali in ferro vengono meno e le persone cadono l’una sull’altra. Correvano per salvarsi, per prendere aria, e invece Asia, Daniele, Benedetta, Mattia, Emma ed Eleonora in quella corsa disperata hanno trovato la morte.
Due avvenimenti, due storie di cadute. Ponti e parapetti che crollano, ragazzi che cercano la vita – che sono nel pieno della vita – e che invece non sono mai più tornati a casa. Storie di responsabilità gravi di controllanti e controllati, di proprietari, di gestori, di manutentori, amministratori, commissioni tecniche, storie di un Paese che cade in piccoli pezzi, che si frantuma in mille irrecuperabili episodi di morte. La definizione di caduta è: azione e risultato del cadere al suolo o verso il suolo. Ma chi ha scaraventato queste persone verso il suolo?
Non il fato, non il caso, non la longa manus di madre natura, né tanto meno il libero arbitrio, allora cosa? Chi?
Se guardiamo bene queste due storie sono cementate insieme da un unico grande filo rosso, dallo stesso presupposto, che ha un nome: IRRESPONSABILITÀ corale. Un fenomeno che potremmo altrimenti definire come disinteresse sociale, o menefreghismo di massa. Tutto nel nostro tessuto sociale si è ritirato come le maglie di una coperta di lana infeltrita, capace di coprire solo il particolare; tale è l’ossessione per il mediocre, per l’utile, per l’imperante narcisismo isolante, perverso, alienante. Manchiamo di “produttività”, siamo ingabbiati dalla nostra sterilità, e invece “gli individui sono espressione di un’attività produttiva quando animano ciò che toccano, quando danno vita alle proprie facoltà, ma anche alle persone e alle cose che le circondano” (ERICH FROMM, Avere o Essere). È questione di cura e premura, di diligenza, di senso civico. L’interrogativo – quale sarà la conseguenza di questa mia azione? – è la domanda cardine dalla quale potrebbe derivare un’istante di vita in più. E non è un dovere derogabile o alienabile, deve essere portato avanti individualmente, coscienziosamente da ognuno di noi. Se solo un anello della catena omertosa avesse ogni tanto il coraggio di dissociarsi e slacciarsi con forza dall’ingranaggio generale, non si arriverebbe più a pronunciare continuamente la frase “non doveva accadere”. Albert Camus, nel suo meraviglioso libro “La caduta”, scriveva: “quando saremo tutti colpevoli, ci sarà la democrazia”. Allora per noi evidentemente la strada è ancora lunga. Questo Paese non si rialzerà senza la bellezza e l’esempio dei nostri gesti ordinari, senza la denuncia e la resistenza quotidiana. Non rinascerà fino a quando gli intellettuali non crederanno nel valore sociale ed aggregante della cultura, non fino a quando ci imbottiremo degli steroidi del disinteresse, accanendoci sugli avanzi della mensa del “magna magna”, non fino a quando non diventeremo patrocinatori di interessi e di valori comuni.
Credo che queste due storie rappresentino al meglio la condizione attuale dell’Italia: uno stato permanente di sospensione nel vuoto. E poiché come sosteneva Anaïs Nin “l’amore non muore di morte naturale. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità”, non mi resta altro che perdermi in nuove terre, in luoghi che forse mi accoglieranno con lo stesso grado di incuria ed ingiustizia, o forse mi andrà bene e conoscerò un po’ di pace, ma una cosa mi appare certa: il posto che abiterò potrà ferirmi solo lievemente perché può deluderci solo ciò in cui abbiamo creduto e ciò che abbiamo amato con tutta l’anima.
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Un anno dopo…

È passato un anno dall’attentato a Barcellona. Era il 17 agosto 2017 e in questo articolo,  pubblicato su piùeconomia*, raccontavo il mio ritorno nella città catalana dopo il tragico evento.

isis-in-crisis.jpegSe andate a cercare nell’enciclopedia medica la definizione di convalescenza troverete la seguente dicitura: “periodo intermedio che intercorre tra la fine dello stato di malattia (o dopo un’operazione chirurgica) e la ripresa completa dell’organismo”. La convalescenza è dunque un momento di massima vulnerabilità per il paziente essendo questi particolarmente debole e quindi ad alto rischio di essere contagiato. Orbene, se è vero quanto sostiene il noto scrittore catalano, Carlos Ruiz Zafón, ovverosia che “le città sono organismi, degli esseri viventi” anche i luoghi, al pari delle persone, possono  vivere una forma di convalescenza, a volte in seguito a gravi calamità naturali, altre volte per le azione scellerate degli uomini, e altre ancora perché tali scellerate condotte arrivano ad un grado talmente alto di imprevedibilità e di potenza da somigliare a vere e proprie calamità naturali. Se a vivere il periodo di convalescenza è una città, quindi, ci si aspetta di trovare questa ripiegata su se stessa, indebolita, dolorante e vulnerabile. Questo nella maggior parte dei casi, ma non se la paziente in questione si chiama Barcelona.  Immaginate che tra la vita e la morte si interponga una strada dove la tragedia e la speranza camminino insieme, dove il flusso del divenire le comprenda e le tolleri entrambe, dove il rispetto per le vittime e la voglia di non cedere psicologicamente al nemico coesistano, pensate a questa strada come ad un sentiero di pace e di fratellanza. Ecco, esattamente questo è La Rambla di oggi, un luogo dove il ricordo della tragedia si unisce alla speranza e al senso di rinascita.

Lasciandosi dietro le spalle Plaça de Catalunya, quando si arriva all’ultimo semaforo prima di immettersi nella Rambla, subito si intravede un temporaneo altare funebre fatto di mazzi di fiori, lettere, candele, magliette, e oggetti vari, mentre poco più in là, posizionati su ambo i lati del grande accesso alla via, vi sono ora stabilmente due furgoni della polizia a presidiare e a fare da barriera, impedendo in tal modo l’accesso a qualsiasi tipo di autoveicolo. Superata la polizia La Rambla appare come sempre, piena di gente, un alveo brulicante di vita. Le persone camminano spedite, si fermano solo a dare il loro commiato in quel punto iniziale e a metà del percorso, precisamente nel luogo dove migliaia di persone hanno lasciato, nei giorni successivi all’attentato, delle scritte con gessetti colorati a sostegno di Barcellona. Tra i vari messaggi che ho letto ce n’è uno che mi ha colpito particolarmente: “Isis in crisis”.

Come se l’autore di quelle parole, in un gioco di rime, volesse sottolineare che La Rambla non rispondendo con la paura abbia messo l’Isis appunto in uno stato di crisi. E in effetti il terrore, inteso come la conseguenza perseguita da ogni attentato terroristico, nella città catalana non ha avuto troppe ore di vita, e questo è ciò che inequivocabilmente si rileva a distanza di qualche settimana.

Tempo di convalescenza breve dunque per “L’incantatrice”, che in questi giorni si sta preparando in maniera concitata per l’evento del referendum per l’indipendenza che si terrà il primo di ottobre, e alle festività della Mercè in programma per la fine di settembre. Il Consiglio Comunale dal canto suo, invece, ha creato il sito web “Barcelona Educa Per la Pau” con risorse educative per aiutare gli insegnanti ad affrontare il tema dell’attacco del 17 agosto a La Rambla e quindi lavorare per la cultura della pace. Il clima di rasserenata speranza è capace di rassicurare anche i tanti turisti presenti, i quali si muovono confidenti in ogni via, piazza e monumento della città.

Se “le città sono organismi ed esseri viventi” e “Barcellona una donna” non si può che immaginarla come una coraggiosa eroina di altri tempi, marcatamente indipendente e smisuratamente attaccata alla vita.

 

*https://www.piueconomia.com/2017/09/12/17-agosto-12-settembre-barcellona-oggi-il-racconto-dalla-rambla

“Sono nata il 21 a primavera…”

Per celebrare la Giornata mondiale della poesia ho scelto di omaggiare colei che nacque proprio “il 21 a Primavera”, Alda Merini, con una delle sue poesie più belle: La fuga. Un monologo dolce e disperato rivolto dalla poetessa dei Navigli al suo Dio, un negoziato d’amore, la “preghiera” di una figlia diretta al Padre. Un appello a quel Dio “che deve essere una scelta, un tocco come di pianoforte, di musica” , che “è libertà assoluta, non disonore” e al quale la Merini chiederà continue “concessioni di grazia”, in un valzer di litigioso amore, in un rito di capricci, follia, premura, devozione, fughe e ritorni. “La fuga” nasce dalla necessità di evadere dalla perfezione, di vivere quella follia che “ha il cuore di donna” e quegli “amori distruttivi come catastrofi”, e si tramuta nel bisogno, quasi consolatorio, di sentirsi fragile, pavida, UMANA.
Una poesia intrisa di fragilità e di bagliori di luce, potente e soave, dove emerge l’animo “stanco” di quella “donna non addomesticabile”, che durante la fuga, si ferma “in un angolo di strada” ad aspettare che il suo Dio passi.
Donna e poetessa immensa, Alda Merini, che ci auguriamo vivamente possa finalmente essere inserita tra le Indicazioni nazionali per i Licei insieme ad altre poetesse e scrittrici straordinarie e a tutti gli autori nati al sud di Roma.

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Alda Merini

Lasciami alle mie notti

ed ai miei benefici di peccato,

lasciami nell’errore

se decantarmi è compito di Dio.

So che mi assolverai dalle mie

pene

ma ora lasciami  umana

col cuore roso dalla mia paura,

quando sarò bassorilievo

al tempo

della tua eternità non avrò fronti

contro cui capovolgere la faccia

Alda Merini, La Fuga

*Vedi anche https://www.piueconomia.com/2018/03/21/la-giornata-mondiale-della-poesia-nel-segno-di-alda-merini/

 

 

    Potrebbe trattarsi di ali

Potrebbe trattarsi di ali (L’Iguana Editrice) della scrittrice Emilia Bersabea Cirillo è una raccolta di racconti caratterizzati da alcuni tratti comuni come quello della solitudine, dell’assenza di Dio, dell’esistenza imperniata sull’abitudine e della negazione del rischio. Sono sette storie di “corpi che resistono”, legate tra loro da un filo rosso ovvero dal concetto di rinascita, rappresentato metaforicamente dalle ali. Le ali come immagine della possibilità di riscatto, come alternativa, come bisogno di reagire a una vita contraddistinta da un rigido e ineluttabile fatalismo; un’esortazione alla speranza che come in Emily Dickinson assume proprio la fattezza di ali e che “dimora nell’anima e canta la melodia senza parole”.l'iguana editrice

Narrazioni incentrate su storie di donne, costruite su una pluralità di voci, ciascuna con il proprio spazio e la propria dignità: donne sole, rassegnate a una severità implacabile e all’assenza di desiderio – come nel caso di Colomba; donne ridotte a meri oggetti inanimati e desoggetivizzati – ed è la storia della soul doll Rebecca; e ancora donne “sufflè” e “fuori misura” – come per Agnese; donne che scrutano, che indagano le storie nelle storie, capaci di cogliere il lato più intimo e personale dell’esistenza altrui – Giovanna nel Come si fa a dire se; quelle tra cambiamenti e compimenti irrealizzati, deteriorate in un involucro ricoperto di polvere – come Laura; e ancora donne rivestite da una “corazza di gelo” rassegnate alla sopravvivenza in seguito al lancinante dolore dovuto alla perdita di una figlia – la storia di Norma; infine quelle che tentano nel preludio della fine di ricongiungersi con una parte di se stesse – il personaggio di Anna.
I racconti sono ambientati quasi tutti ad Avellino, ma anche a Napoli e Licosa e non mancano rinvii a Paesi lontani come la Nuova Zelanda e il Canada. Alcuni di questi luoghi però, sebbene descritti nel dettaglio, restano solo sullo sfondo, non vanno a caratterizzare, a particolarizzare la vita delle protagoniste e a confinare in un’aerea geopolitica le ansie, le solitudini, i vuoti dei personaggi che appaiono pertanto testimoni di sofferenze universali.
Lo stile, che è sempre prezioso anche quando riveste panni più umili, è caratterizzato da una prosa nitida, attraversata da fili diversi, che si tessono in una articolata descrizione della realtà.
L’autrice mantiene un distacco dai suoi personaggi, non interviene all’interno del testo per pilotare le coscienze dei protagonisti. Ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un mondo di solitudine, ideologicamente autonomo, indipendente dalla visione della scrittrice, che non fa altro che seguirne il naturale sviluppo senza piegarne la psicologia alle esigenze di trama.
Emilia Bersabea Cirillo adotta una tecnica narrativa per cui il carattere dei personaggi emerge dai dialoghi e dalle azioni, e altresì dalle sue accurate descrizioni che però sono ben lontane dal configurare un punto di vista espositivo onnisciente.
La narrazione degli accadimenti, con l’esclusione di ogni intervento giudicante dall’esterno, non conduce però all’annullamento di ogni rapporto critico tra l’autrice e i fatti narrati, invero pur non dando vita ad un gioco di primi piani e di punti di vista, più volte coglie l’occasione per intervenire, ad ammonire in alcuni casi e a condannare determinate condotte in altri – “esalto il corpo, unico valore di questo mondo sciatto”. Mentre il tono diventa amaro e malinconico quando fa cenno alla difficile situazione irpina – “il lavoro è una fata morgana in un deserto assolato”.
Non mancano inoltre cenni alla scrittura intesa come arte ed elogi più o meno velati a scrittrici come Alice Munro e Jane Austen.
Ed è proprio dall’ultimo capolavoro di quest’ultima – Persuasione – che Emilia Bersabea Cirillo sembra mutuare il racconto del passaggio da una donna passiva ad una soggetto agente, e altresì l’impatto fisico con le passioni: si concede al linguaggio del corpo aprendo la sua scrittura a delle immagini fisiche; il libro infatti presenta, soprattutto nel primo racconto e nel secondo, chiari e precisi riferimenti erotici-sensuali.
Nelle realtà conflittuali, e a volte quasi paradossali quali sono quelli in cui la scrittrice colloca i suoi personaggi, l’evoluzione di ciascuna donna consiste nella capacità di partecipare al cambiamento appoggiandosi a un’altra donna, ed è difficile non vedere in questo la proiezione del desiderio di maggiore fraternità o unione del genere femminile da parte dell’autrice. In questi racconti dai finali volutamente irrisolti, l’incontro con le altre donne costituisce l’unica condizione di superamento dell’assurdo, inteso come un rapporto che si stabilisce tra chi chiede, interroga e il mondo irrazionale che resta sordo a questo richiamo; emblematica appare in tal senso soprattutto l’ultima parte della storia di Laura, dove la voce della sua amica Bianca le consente di riemergere, di ricominciare e di abbandonare quel corpo appesantito e rannicchiato in un involucro che le impediva di distendere le ali e di sfidare i propri limiti – “andò a fondo, troppo, era buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni  e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’aspettava la luce”.

         Mariagrazia Passamano     

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