“Perché lungo il perire dei tempi l’alba è nuova, è nuova”.

«Se si è toccato il fondo, non si può scendere ancora sotto. Restare giù sarebbe la morte, che nessuno vuole. Quale che sia il genere letterario, una cosa è chiara a tutti: a tutti gli italiani toccherà lottare per risalire e stavolta per risalire non significa andare al Nord. Per staccarsi dal fondo, bisognerà puntare i piedi a Sud»

Walter Pedullà, Il mondo visto da sotto

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“Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria, /è stanco di solitudine, stanco di catene”. Questi alcuni versi della struggente poesia “Lamento per il sud” di Salvatore Quasimodo, uno dei padri dell’ermetismo e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. Eppure l’opera di Quasimodo, al pari di altri autori meridionali, non compare nell’olimpo della “letteratura vera”, nel pantheon delle figure di rilievo selezionate dal Ministero della Pubblica istruzione per i programmi scolastici (per i Licei). Ebbene sì, lo scrittore siciliano appartiene anch’egli all’esercito degli scartati, degli esclusi, dei senza gloria, di coloro che sono confinati nel “ghetto” a sud di Roma, come rappresentanti di un’espressività meramente regionale. I clandestini della letteratura italiana, gli invisibili, i Cancellati.

Nel 2010 infatti, nel silenzio generale, una commissione di “esperti” nominata dall’allora Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stilò il documento “Schema di regolamento recante “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali di cui all’art. 10, comma 3, del D.p.R. 15 marzo 2010”. Orbene, le anzidette “indicazioni nazionali” elencano 17 autori, ritenuti “non eludibili” e “decisivi”, ma tra questi non compare nessun meridionale – eccetto Verga e Pirandello – ed una sola donna, Elsa Morante.

Ad accorgersi per primi del misfatto furono due intellettuali irpini – del Centro di documentazione sulla poesia del sud – Paolo Saggese e Peppino Iuliano, i quali da quasi otto anni portano avanti con ostinata una doverosa battaglia contro questa assai discutibile selezione ministeriale. I suddetti, insieme ad Alessandro Di Napoli, Alfonso Nannariello e Raffaella Sella, hanno dedicato alla questione due opere – “Faremo un giorno una carta poetica del sud ”, con la prefazione di Alessandro Quasimodo e “Faremo un giorno una carta poetica del sud (2)” con la Prefazione di Paolo di Stefano – che raccontano diffusamente questa vicenda politico-culturale.
Ed è proprio a Paolo Saggese, direttore scientifico del Centro di documentazione sulla poesia del sud, che abbiamo chiesto di riassumere ogni singolo passaggio di questo processo di rimozione culturale, con il tentativo di individuare e comprendere le possibili cause o concause che hanno determinato la vergognosa esclusione degli autori meridionali.*

È un combattente nato, Paolo Saggese, un utopista, un “operaio di sogni”, un custode della cultura meridionale, un “rivoluzionario gentile”. Bacchetta gli intellettuali che nel tempo sono stati capaci di dare espressione solo alle ombre, senza mai sottolineare, anche, la luce del meridione, contribuendo indirettamente all’operazione di coloro che stanno tentando di effettuare, come scrive Paolo Di Stefano, una vera e propria opera di “rimozione” della Terronia dalla cultura italiana. “Dobbiamo liberarci dal senso di minorità”, dice, con una sfumatura di amarezza.

 

Mariagrazia Passamano

*L’intervista integrale a Paolo Saggese la troverete su “Più Economia”, con il titolo, Saggese e la poesia dimenticata: il Sud rialzi la testa

“La caduta”

“Ah, caro mio, per chi è solo senza Dio né padrone, il peso dei giorni è terribile. Perciò, visto che Dio non è più di moda, bisogna scegliersi un padrone”.

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Cadere e restare a terra, sospesi, nell’attesa, e con la consapevolezza nauseabonda che potrebbe non esservi alcuna risalita. Cadere, ed essere tutti più vicini alla colpevolezza, alla pena, al peso della mortalità, alla condanna. Siamo “i chiodi della crocifissione”. Coloro che ipocritamente si “arrampicano sulla croce solo per essere visti da lontano” Nessuno escluso, nessuno immune, una condanna corale. La caduta è l’esemplificazione della non redenzione. È la veglia funebre del nichilismo, è corrosione di ogni menzognera certezza, il funerale ufficiale dell’ipocrisia, il crollo della metafisica e preludio della rivolta.
“La Caduta” è un romanzo di Albert Camus scritto nel 1956. Il protagonista, Jean- Baptiste Clamence, è un avvocato parigino che lascia la capitale francese e il suo lavoro e si trasferisce ad Amsterdam, e fa del bar Mexico City il suo nuovo “studio”.
È un lungo monologo, la confessione di un “giudice penitente”, di “un falso profeta”, di un segmento sbiadito, opaco, spento.
Il protagonista sembrerà porre fine alla menzogna della sua vita, solo nel momento in cui “il demone” del sottosuolo arriverà a perseguitarlo, assumendo le fattezze di una risata, che lo tormenterà anche tra i canali di Amsterdam e che udrà a partire dall’istante in cui “qualcuno si gettò in quelle acque gelide”.
Eppure Clamence non conosce redenzione, il liberarsi dalla maschera non ha come conseguenza nessuna rinascita per lui. Così il suo urlo appare parzialmente rivoluzionario; torna indietro, come un eco, incapace di sfondare la parete della incomunicabilità, dell’indifferenza e della solitudine.
È dunque il racconto di un uomo impenitente, esiliato tra le mura della contraddizione tra il “diritto” alla vita – l’amore per essa – e il suo “rovescio”. Annegato nel mare di un godimento che nel momento in cui è smette di essere. La caduta è espressione di una vita inautentica, ipocrita, falsata, annebbiata. Induce il lettore a trovare una sua dimensione, oltre il dolore, oltre la noia, oltre l’agonia del puntare tutto sulla vanità e la Mensonge. È estraneità, assurdo ma non ancora rivolta. È critica, ma non unione, è espressione di quel Dio non rinvenibile “né più in soffitta né più in cantina”, ma “installato su un tribunale nel fondo di coloro che giudicano e picchiano, soprattutto in nome suo”.
Camus dissacra, disorienta, sconvolge. È pensatore scomodo, costringe il lettore alla riflessione, al senso di vuoto, lo pone dinanzi alla consapevolezza di un divorzio irrimediabile fra l’insopprimibile appetito umano di senso e l’irragionevole silenzio del mondo.
In questo quadro narrato con assoluta verosimiglianza Camus espone di nuovo il suo umanesimo pessimista, ma anche l’importanza degli affetti e dell’agire individuale. In questo contesto, l’uomo risulta incapace di portare avanti la sua battaglia sorda contro il mondo, e non vuole né la libertà né le relative sentenze.
L’autore, però, vorrebbe convincere l’individuo ad abitare la propria libertà, a preservare l’essere nella sua permanenza e determinatezza e lo fa scaraventandolo giù dal precipizio del nichilismo.
Non si può più tornare indietro ed indossare gli abiti di ciò che eravamo, dopo “ la Caduta”, dopo essere stati schiaffeggiati dalle parole di Camus, e dalle struggenti sensazioni di questa opera che come una spina è in grado di conficcarsi nel cuore del lettore. Restituisce una nuova consapevolezza, lascia tutti in sospeso, educando a quell’inciso, “Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio», che segnerà la rivolta.

Mariagrazia Passamano

 

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