Oltre le transenne

Ariano covid 5 altra versioneFu la voce stridula di un megafono ad annunciare la chiusura di Ariano Irpino, era il 15 Marzo e al popolare “è arrivato l’arrotino” si sostituì il monito “dovete stare a casa”. L’immagine della macchina bianca con l’altoparlante che girava per le strade del paese fu trasmessa dopo poche ore in tutti i TG nazionali.
Il Tricolle diventava “zona rossa”. Pareva quasi di poterle toccare le transenne del confine, mentre il paese veniva amputato della libertà di circolazione.

Da Domenica 15 a Martedì 17 Marzo quattro irpini persero la vita per corona-virus, mentre i contagiati in Campania risultavano essere 64, di cui 35 solo ad Ariano (quelli contati dall’Unità di Crisi della Regione) al secondo giorno di “zona rossa”.
In un primo momento sul banco degli imputati finirono le feste di Carnevale che si erano tenute dal 21 al 23 Febbraio; quegli ultimi momenti di gioia divennero motivo di tormento per molti, e segnarono per tanti l’inizio di quel conto alla rovescia di 14 giorni accompagnato dalla spasmodica autoanalisi dei presunti sintomi.
Nei giorni che seguirono alla statuizione della “zona rossa” esplosero una serie di gravi problematiche, dalla chiusura del Pronto soccorso del Sant’Ottone Frangipane fino alle richieste di aiuto da parte delle operatrici sanitarie della RSA Centro Minerva.
L’impressione è che Ariano Irpino sia stata lasciata sola per molti giorni, dimenticata dalla Istituzioni, chiusa in un silenzio spettrale, corrosa dalla paura e dall’incertezza.
È difficile raccontare la disperazione dei mesi appena trascorsi; le mura delle abitazioni sembravano non sufficientemente spesse per contrastare la potenza e l’aggressività del nemico silente, si respirava il senso della fine, la morte non aveva mai alitato così vicino alle nostre vite.
Eppure dopo una prima fase di disorientamento il paese ha reagito con tutte le sue forze, i dirigenti del Frangipane hanno indirizzato lettere di denuncia e richieste di aiuto a mezzo stampa al Presidente De Luca, le operatrice del centro Minerva con le loro proteste scomposte ma tenaci hanno salvato se stesse e molti anziani da un destino che sembrava segnato.
Questa volta il fatalismo e la proverbiale rassegnazione irpina non hanno avuto la meglio. Ariano ha alzato la voce, ha preteso assistenza, supporto, aiuto. E ognuno ha fatto la sua parte. Nessuno si è tirato indietro. Molti sono stati i gesti di grande solidarietà, la cittadinanza si è organizzata a supporto delle persone più vulnerabili, i piccoli commercianti hanno provveduto fin da subito ad effettuare le consegne a domicilio. Nessuno è stato lasciato indietro, nessuno.
Questa pandemia ha svelato tutte le nostre fragilità e le falle del nostro Welfare State, ci ha fatto toccare con mano l’esito nefasto del nostro individualismo malato e del nostro giocare in piccolo, ma al contempo ci ha anche mostrato le nostre reali potenzialità.
Doveva arrivare il covid-19 nelle aeree interne per vedere riaprire degli ospedali o dei reparti essenziali di alcune aziende sanitarie? O per avviare delle raccolte fondi per le famiglie economicamente in difficoltà? E per scoprirci, finalmente, parte di un tutto?
Questa tragedia immane ci ha mostrato l’altra faccia della luna. Ci ha dato l’opportunità di capire che, come ha sostenuto Papa Francesco, “nessuno può salvarsi da solo”. Parole, queste ultime ,che evocano i versi della celebre poesia di John Donne: “Ogni morte di un uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’umanità e così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”. Quando suona la campana non suona per qualcuno ma per tutti gli uomini, per l’umanità che perde pezzi. L’uomo in quanto tale è creatura della terra e fratello degli altri uomini, non è un’isola, sola e indipendente dal resto, ma è un pezzo della terra, una zolla, parte di un tutto e a questa legata. Ogni morte d’uomo è pertanto una diminuzione, è il distacco di una parte della terra, e questa ne risente nella sua interezza. È da questo concetto basilare che prende vita uno dei più celebri romanzi di Ernest Hemingwey, il cui titolo richiama proprio i versi di Donne, “Per chi suona la campana”. Il suo protagonista, Robert Jordan, dopo aver combattuto a lungo si ritrova solo, per sua scelta, ormai prossimo alla morte, e in quegli attimi ha un pensiero dominante che gli agita la mente: «spero di aver fatto qualcosa di buono […] se vinceremo qui, vinceremo dappertutto. Il mondo è un posto magnifico e vale la pena combattere per esso […] vorrei che ci fosse qualche modo di trasmettere a qualcuno quello che ho imparato».
Ogni accadimento tragico, o flagello, a prescindere dalla sua origine, è caratterizzato da un’ambivalenza, da un binomio inscindibile: disperazione e speranza, morte e rinascita. Questo è l’insegnamento di Hemingwey, ma anche il principio cardine del cristianesimo, e a ben vedere quel “trasmettere a qualcuno ciò che abbiamo imparato” rimane l’unica via possibile per non essere ingoiati, vinti, dalla spirale della caducità.

Mariagrazia Passamano

Rivolgo un grazie sincero a Valerio Saldutti, e un pensiero commosso a tutte le vittime di Covid-19