La Generación de la amistad*

Alcuni fermenti letterari possono essere immaginati e concepiti solo in alcuni luoghi, e a questi indissolubilmente legati come parte di un tutto. Ci sono posti nel mondo capaci di diventare snodi preziosi per la creatività, terreni insostituibili per timidi germogli inconsapevoli, punto di connessione per anime inquiete.
La storia della letteratura ci restituisce molti luoghi-gestanti, che per la loro incisiva influenza e partecipazione sono divenuti essi stessi personaggi artistici e letterari. Viverli ed esplorarli significa quasi avere la possibilità di sintonizzarsi con le voci, i suoni, e di mettersi in connessione con gli appetiti e gli affanni di chi è stato (ri-) concepito in quei ventri eterni.
Nel primo novecento toccò a Madrid accogliere nel suo grembo e nutrire un’intera generazione di letterati, la “Generazione del ’27”, definizione coniata dal poeta, scrittore e filologo Dámaso Alonso per identificare il gruppo di giovani intellettuali spagnoli – tra cui Jorge Guillén, Gerardo Diego Cendoya, Federico García Lorca, Pedro Salinas, Rafael Alberti – con i quali organizzò una messa funebre in onore di Luis de Góngora proprio nel 1927, anno in cui ricorreva il terzo centenario della morte. Fino ai tragici anni della guerra civile, tale gruppo di poeti rinnovò profondamente tematiche, linguaggio e stile della poesia spagnola, pur mantenendo una spiccata originalità.
Questa generazione fu chiamata anche “Generación de la amistad” (Generazione dell’amicizia) proprio per via dei sentimenti di ammirazione e di affetto che legava i membri del gruppo.
Tanti di loro si conobbero nella “Residencia de Estudiantes” di Madrid, una scuola prestigiosa e liberale, dove si scambiavano consigli e critiche, in più lavorarono insieme per alcuni giornali tra cui La Revista de Occidente e La Gaceta Literaria.
Quando Federico García Lorca giunse alla Residencia, convinto dai genitori seriamente preoccupati per gli studi dello stesso che non decollavano, era poco più di un ventenne. Divenne subito molto popolare e apprezzato tra gli studenti, fece conoscenze eterogenee che gli aprirono mondi fino allora sconosciuti e considerati inesplorabili. Per il giovane poeta andaluso quel periodo resterà tra i più belli e preziosi della sua vita. Conobbe Louis Bunuel, futuro regista, e il compositore Manuel De Falla; iniziò a scrivere moltissime poesie, e a coltivare la sua passione per il disegno, passione che lo accompagnerà per tutta la sua breve vita.
La “Residencia de estudiantes” fece da sfondo anche ad un altro grande incontro, quello con Salvador Dalì, con il quale, assieme al poeta Rafael Alberti, Lorca strinse una grande amicizia che divenne occasione di contaminazione reciproca, scambio creativo e motivo di coraggiosa introspezione emotiva.
Quando il celebre pittore surrealista arrivò alla “Casa dello Studente” aveva solo diciotto anni, ed era un giovanottino timido e sparuto con i capelli lunghi, le basette e uno strano abbigliamento un po’ bohémien che stonava con il resto del gruppo. Era molto introverso, passava le sue giornate a lezione di pittura o chiuso nel Museo del Prado ad osservare i grandi capolavori esposti. Fu García Lorca a distoglierlo dal suo “isolamento” e ad incoraggiare il giovane Dalì ad ascoltare la sua sensibilità artistica. Il pittore catalano di lì a poco non esitò ad invitare il poeta a trascorrere le vacanze della “Semana Santa” a Cadaques, con la sua famiglia.
Quella vacanza permise ai due di conoscersi profondamente, di sviscerare ogni possibile argomento e di convidere un sentimento che terrorizzava entrambi: la paura della morte. Per esorcizzare tale fobia i due si inventavano giochi ridicoli, si fingevano a turno morti, mentre gli amici si occupavano del finto funerale. Dalì catturerà in diverse foto le immagini di Lorca che si fingeva morto, e il grande pittore proprio in quel periodo diede vita al quadro “Natura morta”, e altresì ad una lunga serie di altri quadri in cui apparirà la testa di Lorca spesso fusa con quella del pittore. Si recarono insieme a Barcellona dove il loro legame si rafforzò ulteriormente, supportato dallo splendido clima culturale della città: aperto, libero e cosmopolita, molto differente dal resto della Spagna.
Con l’arrivo dell’estate i due però furono costretti a separarsi e a ritornare alle rispettive famiglie; Lorca dedicò a Dalì l’ “Ode a Salvador Dalì”, un canto raffinato dedicato all’amico e anche a Cadaques. La poesia venne pubblicata su una rivista di grande prestigio e tiratura, e il pittore ne fu talmente orgoglioso che fino alla sua morte non smise mai di vantarsene.
I due però finirono per allontanarsi e Lorca iniziò una serie di viaggi che lo condussero prima a New York e poi a Cuba.
Nel 1930 Lorca, all’età di 32 anni, dopo un lungo periodo vissuto all’estero, fece ritorno in Spagna dove il panorama politico stava cambiando: nel 1931 venne proclamata la Repubblica e il re (Alfonso XIII) abbandonò il paese. Gli spagnoli riuscirono a vivere finalmente quel Paese democratico e progressista tanto desiderato, ma il sogno durò poco, circa 5 anni, perché la dura realtà economica e i vecchi retaggi monarchici lo portarono a rapida conclusione. Lorca era chiaramente repubblicano, si schierò fin da subito dalla parte dei poveri e degli oppressi e soprattutto iniziò ad occuparsi concretamente di diverse attività che culmineranno nel teatro ambulante chiamato “La Barraca”. La direzione de “La Barraca” venne affidata a lui con il compito principale di rappresentare il teatro classico nei paesi lontani dai grandi centri, paesi che per secoli non avevano avuto accesso alla cultura. Tra il 1932 e il 1936 “La Barraca” allestirà 13 opere e darà oltre 100 rappresentazioni in 60 paesi e cittadine sparse in tutta la Spagna, impiegando inoltre un centinaio di attori/studenti universitari. Tale progetto teatrale sarà per il poeta una delle esperienze più soddisfacenti e significative della sua vita: Lorca arriverà a paragonarla all’avere un figlio.
Alla fine del 1933, anno in cui Hitler diventava cancelliere del Reich, a Lorca venne offerta una grande opportunità a Buenos Aires – anche da un punto di vista economico – per merito della Piéce “Bodas de sangre”. La capitale argentina era famosa per il pubblico teatrale particolarmente raffinato ed esigente, e per questa ragione un buon successo sul posto poteva significare per il poeta spagnolo un importante riscontro anche in termini economici. Lo invitarono ripetutamente dall’Argentina, e finalmente Lorca si decise a partire, anche se a malincuore perché impegnatissimo con la Barraca, e restò fra l’Argentina e l’Uruguay per circa sei mesi. In quel periodo incontrò anche il celebre poeta cileno Pablo Neruda, e tra i due si instaurarono grande stima e amicizia; il poeta sudamericano nel suo libro autobiografico “Confesso che ho vissuto” arrivò a descrivere Lorca in termini entusiastici venati di commozione: «non ho mai visto riunite, come in lui, la grazia e il genio, il cuore alato e la cascata cristallina, aveva un’allegria centrifuga, una felicità di vivere, una luce che raccoglieva in seno e la irradiava agli altri, come fanno i pianeti […] La grande capacità di scrittura e di metafora mi seduceva e mi interessava tutto quello che scriveva. Dal canto suo lui mi chiedeva, a volte di leggergli le mie poesie, ma a metà lettura mi fermava gridando – non continuare, non continuare, che mi influenzi!»
Quando i due poeti si incontrarono a Buenos Aires trascorsero molto tempo insieme, parteciparano a molte feste, alcune delle quali molto stravaganti, e tennero il famoso “discorso agli alimenti”, in omaggio a Rubén Darío.
L’opera di Neruda si rivelò cruciale non solo per l’arte poetica di Lorca, ma altresì per l’intero gruppo “de la amistad”, che sentì l’influenza della sua poesia ricca di sentimento genuino. Tutto questo fino all’inizio della guerra civile, poiché il mutamento dello scenario politico istituzionale portò la “Generazione del ’27” a disgregarsi. In molti furono costretti a fuggire, altri decisero di combattere per la propria terra, mentre altri ancora “caddero” a causa della propria posizione ideologica; sorte, questa ultima, che toccò anche al grande poeta andaluso.
Nella notte del 19 agosto 1936 Federico García Lorca, uno dei poeti più sensibili e delicati della storia, venne fucilato in uno spiazzo di Viznar, vicino a Granada. Aveva solo trentotto anni. Era nella lista del comandante Valdés: venne arrestato e ucciso insieme a un maestro elementare e a due toreri.
Neruda, che in quel tempo fu destituito dal ruolo di console a Madrid da parte del governo cileno per il suo appoggio alla Repubblica, non riuscì mai a darsi pace per la morte di Lorca. Era stato ammazzato un uomo rimasto sempre bambino, pieno di gioia e di entusiasmo; il poeta più amato della sua terra e i cui versi sarebbero rimasti come pianto di chitarra impossibile da far tacere.
Qualche tempo dopo, mentre iniziava a delinearsi la disfatta della Repubblica, il poeta cileno realizzò “España en el corazón”, il grande poema della guerra civile spagnola – “il cui stile si presenta spoglio di retorica, ma non di poesia” (Giuseppe Bellini) –, che finì negli zaini dei sopravvissuti dell’Esercito dell’Est in marcia verso l’esilio.
«Così è la vita, Federico, ecco ciò che può darti l’amicizia d’un malinconico uomo molto maschio…», scriverà Neruda in “Residencia en la tierra, II”. L’amicizia aveva impreziosito l’esistenza di quelle anime grandi, e segnato una generazione di sognatori nata nel ventre di una città costretta dalla storia ad assistere alla caduta e alla ritirata di quei figli prodigiosi allevati nel suo grembo di madre eterna.

*Articolo pubblicato su NUOVO MERIDIONALISMO, Periodico di attualità e cultura, n.223 – Anno XXXV

Lucania, un paesaggio di anime*

[…]con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.
Rocco Scotellaro, È fatto giorno, 1954

HENRI CARTIER-BRESSON

Era datata 18 aprile 1985 la lettera con cui Henri Cartier Bresson informava il suo amico Rocco Mazzarone – medico intellettuale e profondo conoscitore della Lucania – che le ventisei foto – montate su pannelli di masonite – dei suoi reportage in Basilicata negli anni 1951-’52 e 1972-‘73, si trovavano al sicuro in un deposito parigino, al n° 4 di Rue des Volontaires, pronte per un lungo viaggio verso Tricarico.
Com’è noto le ventisei fotografie donate dal celebre fotografo francese al comune di Tricarico, in onore di Rocco Scotellaro, arrivarono a destinazione solo nel 1990, dopo essere state esposte prima a Parigi e poi a Monaco di Baviera, e attualmente costituiscono il nucleo fondante della preziosa collezione di immagini della Lucania all’interno degli archivi fotografici del Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra”.
Quando il più grande fotoreporter della storia giunse per la prima volta in Lucania, erano gli anni (dal 1951 al 1965) in cui l’interesse nazionale si concentrava sulla Basilicata, dapprima con il Piano del Governo De Gasperi per l’evacuazione dei Sassi di Matera e subito dopo con l’arrivo nel materano delle spedizioni etnografiche sul folklore dei contadini lucani di Ernesto De Martino, accompagnato da Ando Gilardi e Arturo Zavattini, con le ricerche dei gruppi di studio statunitensi sulle comunità coordinati da George Peck e Friedrich Friedmann, nonché le ricerche urbanistiche di Ludovico Quaroni e Adriano Olivetti, il quale proprio nel 1951 chiese a Henri Cartier Bresson di accompagnare le ricerca a Matera, ed infine nel 1964 con l’arrivo della troupe per le riprese del “Vangelo Secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini.
Il fascino intellettuale e visivo che la Lucania esercitava all’epoca era dunque assai forte. La regione, come altre del mezzogiorno, ma in modo forse ancora più emblematico, divenne pertanto oggetto di studio per un considerevole numero di fotografi, noti e meno noti. Dopo le esperienze di David Seymour a cavallo tra il 1951 e il 1952 fu la volta di Cartier Bresson che, appoggiandosi proprio a Scotellaro e Mazzarone, e girando in compagnia di sua moglie e di Mazzarone stesso, toccò in Lucania, nel primo viaggio, numerosi luoghi quali Aliano, Craco, Ferrandina, Matera, Metaponto, Pisticci, Rionero, Scanzano, Stigliano.
Ciò che Cartier Bresson riuscì a catturare della Basilicata fu il racconto della vita dei vinti, degli ultimi, di quei riti antichi, arcaici, di “un mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente” (Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli).
Bresson fu capace di consegnare all’eternità l’epicità di quei volti scavati dalla fatica, interessato alla fotografia non come mera ricerca estetica, ma al risultato che attraverso l’obiettivo poteva raggiungere: “catturare quel minuto, parte della realtà”.
Espresse con la fotografia ciò che il celebre poeta di Tricarico realizzò con i suoi versi: restituire voce e contorno a chi per secoli era stato ridotto al silenzio e all’invisibilità.
Fu raccoglitore dell’irripetibilità, di quel segmento naturale ed autentico che si consegnava anarchico al suo “occhio di falco” in grado di scrutare, comporre ed ordinare il reale in un gioco di luci, scevro di inutili tecnicismi, guidato unicamente dalle traiettorie della sua immensa sensibilità.
Cartier Bresson come nessun altro è riuscito a sentire con gli occhi l’autenticità e la bellezza di quel mondo quasi impenetrabile, “educato” a non vedere e a non essere visto.
E poiché come scriveva Julio Cortazár: “un racconto è come una fotografia: quel che si vede è solo ciò che è compreso nell’inquadratura”, non si può che essere grati all’ “occhio del secolo” per aver consegnato alla storia il racconto di quella gente “con la faccia di terra e le braccia di legno”, la luce di quei paesaggi di anime senza tempo e tutta la drammaticità e la poesia di una terra che per anni ha atteso, paziente, che facesse finalmente giorno.

Mariagrazia Passamano

*Lucania, un paesaggio di anime (Pubblicato su NUOVO MERIDIONALISMO, Periodico di attualità e cultura, ISSN 2282 4375, Gennaio-Febbraio 2020 ANNO XXXV, pag. 51)

Oltre le transenne

Ariano covid 5 altra versioneFu la voce stridula di un megafono ad annunciare la chiusura di Ariano Irpino, era il 15 Marzo e al popolare “è arrivato l’arrotino” si sostituì il monito “dovete stare a casa”. L’immagine della macchina bianca con l’altoparlante che girava per le strade del paese fu trasmessa dopo poche ore in tutti i TG nazionali.
Il Tricolle diventava “zona rossa”. Pareva quasi di poterle toccare le transenne del confine, mentre il paese veniva amputato della libertà di circolazione.

Da Domenica 15 a Martedì 17 Marzo quattro irpini persero la vita per corona-virus, mentre i contagiati in Campania risultavano essere 64, di cui 35 solo ad Ariano (quelli contati dall’Unità di Crisi della Regione) al secondo giorno di “zona rossa”.
In un primo momento sul banco degli imputati finirono le feste di Carnevale che si erano tenute dal 21 al 23 Febbraio; quegli ultimi momenti di gioia divennero motivo di tormento per molti, e segnarono per tanti l’inizio di quel conto alla rovescia di 14 giorni accompagnato dalla spasmodica autoanalisi dei presunti sintomi.
Nei giorni che seguirono alla statuizione della “zona rossa” esplosero una serie di gravi problematiche, dalla chiusura del Pronto soccorso del Sant’Ottone Frangipane fino alle richieste di aiuto da parte delle operatrici sanitarie della RSA Centro Minerva.
L’impressione è che Ariano Irpino sia stata lasciata sola per molti giorni, dimenticata dalla Istituzioni, chiusa in un silenzio spettrale, corrosa dalla paura e dall’incertezza.
È difficile raccontare la disperazione dei mesi appena trascorsi; le mura delle abitazioni sembravano non sufficientemente spesse per contrastare la potenza e l’aggressività del nemico silente, si respirava il senso della fine, la morte non aveva mai alitato così vicino alle nostre vite.
Eppure dopo una prima fase di disorientamento il paese ha reagito con tutte le sue forze, i dirigenti del Frangipane hanno indirizzato lettere di denuncia e richieste di aiuto a mezzo stampa al Presidente De Luca, le operatrice del centro Minerva con le loro proteste scomposte ma tenaci hanno salvato se stesse e molti anziani da un destino che sembrava segnato.
Questa volta il fatalismo e la proverbiale rassegnazione irpina non hanno avuto la meglio. Ariano ha alzato la voce, ha preteso assistenza, supporto, aiuto. E ognuno ha fatto la sua parte. Nessuno si è tirato indietro. Molti sono stati i gesti di grande solidarietà, la cittadinanza si è organizzata a supporto delle persone più vulnerabili, i piccoli commercianti hanno provveduto fin da subito ad effettuare le consegne a domicilio. Nessuno è stato lasciato indietro, nessuno.
Questa pandemia ha svelato tutte le nostre fragilità e le falle del nostro Welfare State, ci ha fatto toccare con mano l’esito nefasto del nostro individualismo malato e del nostro giocare in piccolo, ma al contempo ci ha anche mostrato le nostre reali potenzialità.
Doveva arrivare il covid-19 nelle aeree interne per vedere riaprire degli ospedali o dei reparti essenziali di alcune aziende sanitarie? O per avviare delle raccolte fondi per le famiglie economicamente in difficoltà? E per scoprirci, finalmente, parte di un tutto?
Questa tragedia immane ci ha mostrato l’altra faccia della luna. Ci ha dato l’opportunità di capire che, come ha sostenuto Papa Francesco, “nessuno può salvarsi da solo”. Parole, queste ultime ,che evocano i versi della celebre poesia di John Donne: “Ogni morte di un uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’umanità e così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”. Quando suona la campana non suona per qualcuno ma per tutti gli uomini, per l’umanità che perde pezzi. L’uomo in quanto tale è creatura della terra e fratello degli altri uomini, non è un’isola, sola e indipendente dal resto, ma è un pezzo della terra, una zolla, parte di un tutto e a questa legata. Ogni morte d’uomo è pertanto una diminuzione, è il distacco di una parte della terra, e questa ne risente nella sua interezza. È da questo concetto basilare che prende vita uno dei più celebri romanzi di Ernest Hemingwey, il cui titolo richiama proprio i versi di Donne, “Per chi suona la campana”. Il suo protagonista, Robert Jordan, dopo aver combattuto a lungo si ritrova solo, per sua scelta, ormai prossimo alla morte, e in quegli attimi ha un pensiero dominante che gli agita la mente: «spero di aver fatto qualcosa di buono […] se vinceremo qui, vinceremo dappertutto. Il mondo è un posto magnifico e vale la pena combattere per esso […] vorrei che ci fosse qualche modo di trasmettere a qualcuno quello che ho imparato».
Ogni accadimento tragico, o flagello, a prescindere dalla sua origine, è caratterizzato da un’ambivalenza, da un binomio inscindibile: disperazione e speranza, morte e rinascita. Questo è l’insegnamento di Hemingwey, ma anche il principio cardine del cristianesimo, e a ben vedere quel “trasmettere a qualcuno ciò che abbiamo imparato” rimane l’unica via possibile per non essere ingoiati, vinti, dalla spirale della caducità.

Mariagrazia Passamano

Rivolgo un grazie sincero a Valerio Saldutti, e un pensiero commosso a tutte le vittime di Covid-19

Pensieri di uno specchio in un bagno pubblico #Coronavirustime

Dalla finestra di fronte intravedo un concentrato di bianco attraversato da piccole note di azzurro; penso sia il cielo. Io all’aperto non ci sono mai stato, mi hanno condotto qui tanti anni or sono su un camion, in una scatola, il cielo non l’ho visto mai. Certo l’ho sentito citare spesso, pare si trovi in cima ad ogni cosa; gli umani lo invocano frequentemente, gli attribuiscono un potere divino e consolatorio. Io credo invece sia solo un soffitto, niente di misterioso, un semplice soffitto.
Non mi ero mai soffermato troppo a lungo a guardare fuori dalla finestra in questi anni, per mancanza di tempo, credo. Troppe file, innumerevoli volti da rispecchiare, tutto molto frenetico e sviante. Ora invece sono giorni che non si vede nessuno, non so dove si siano cacciati tutti. Forse avranno chiuso il bagno o addirittura la città che ci ospita. Non so. Qualche giorno fa ho visto due ragazze, indossavano guanti di plastica e mascherine. Immagino fossero delle infermiere o anche dei medici. Si sono lavate insistentemente le mani, e non si sono avvicinate molto l’una all’altra. Mai vista tanta attenzione all’igiene nella mia vita, onestamente.
Questa umanità è strana: siamo passati da folle di gente impazzita a questo silenzio.
Ho atteso Faustina, ma niente. È da più di due settimane che non si vede neanche lei.
In questi anni mi è capitato di non sopportare gli umani, non che ora abbia imparato ad amarli improvvisamente, intendiamoci, ma ad essere sincero un po’ mi mancano con la loro invadenza, con tutto il casino che si portano dietro. Sento la nostalgia di tutta quella varietà di pelli, di labbra, di occhi; di quelle facce che rifletto e che cambiano espressione al mio cospetto, vorrei rivedere ancora le loro risate e i loro fiumi di lacrime. Mi manca addirittura Faustina, con le sue urla isteriche, e Ramona con le sue alitate di alcool. Mi mancano gli amici della notte, quelli che usavano questa fogna per ripararsi dal freddo, ma dove siete finiti tutti?
Ma non è che vi siete estinti?
Non credo sia in atto una guerra, non si sente mica sparare, le battaglie comportano un carico assordante di rumore. Ed io non sento niente da giorni lì fuori. Può essere che si siano inventati un’altra forma di guerra, una guerra tacita, fredda, invisibile, loro queste bestialità a volte le fanno. Non sarà mica che si saranno inventati un gioco del silenzio di massa? Se in palio poi ci fosse un monte-premio importante, venali come sono, parteciperebbero tutti di buon grado.
Comunque non so se vi stiate autopunendo o se abbiate reso l’aria talmente irrespirabile da non potere più uscire di casa, non so dove vi siate cacciati tutti, ma una cosa consentitemi di dirvela: tornate!
Questo soffitto azzurro è insostenibile senza di voi.

Pensieri di uno specchio in un bagno pubblico #Christmastime

E così sono giunte anche quest’anno le vacanze natalizie. La corsa agli acquisti non conosce tregua, un magma di folla impazzita invade ogni centimetro di questo piccolo bagno di città.
Si assiste ad ogni forma di istrionico imbarbarimento del concetto autentico della festività in atto.
Fioccano visi al botulino, occhi stirati come panni rinsecchiti al sole durante la stagione estiva; i pacchi dei regali strabordano dai sacchetti di plastica abnormi che vengono posati a terra in ogni dove tra residui di urina e liquidi di ogni genere.
Ogni anno è così, la frenesia aumenta, il bagno è intasato di gente, ma il temperamento tempestoso di Faustina sembra conoscere una breve fase di arresto grazie ai benefici effetti di Sua Maestà “la Tredicesima”.
– «Abbiate un poco di pazienza, pulisco e poi riapro la porta!»
Mette in fondo alla stanza il suo noto cartello e piano piano viene verso di me, esclamando: «Meglio fare presto oggi, c’è una gran confusione». Inumidisce il panno e inizia ad imbrattarmi come al solito. «’sto specchio mi pare proprio vecchio, forse andrebbe sostituito».
O forse dovremmo sostituire te, che insudici le nostre superfici da dieci lunghi anni ormai. La preferisco nervosa e disattenta, la sua finta ed improvvisa accuratezza mi dà quasi sui nervi. Le squilla il cellulare, mette i suoi guanti cicciuti dentro le tasche ed estrae il cellulare: «Pronto! Amore di nonna! Siete Partiti? Bravi! Bravi! Ed io vi aspetto. Di’ a mamma che per la vigilia ho comprato il capitone, il baccalà e le vongole. Tanti baci pure a te, amore. Fate piano, mi raccomando».
Rimette il cellulare in tasca ed inizia ad intonare una strana canzone.
– «Signora mi scusi posso entrare un secondo, sa, sono incinta, posso?», sussurra una ragazza dal fondo della stanza.
– «Ci mancherebbe, Signora. Attenzione a non cadere però, perché sennò facciamo la frittata. La vengo a prendere»
Osservando l’inconsueta gentilezza di Faustina mi viene in mente un solo pensiero: alcune persone non sono dedite all’inumanità, sono soltanto povere.

– «Vieni amore, aspettami qui da bravo. Vado a fare la pipì e poi torno da te!»
Odo in lontananza i lamenti di un piccolo cane, e i tacchi lesti della donna che l’ha legato momentaneamente al termosifone.
– «Arrivo, cucciolo! Non ti spaventare»
Nel tempo che la “sua mamma” è rinchiusa in bagno, il piccolo dà vita ad un discreto concertino di ululati alternati a ringhiate isteriche. Niente sembra dissuaderlo dalla rabbia che lo devasta in quell’interminabile attesa.
Poi finalmente la luce: “Amore! Eccomi! La tua mamma è tornata!»
Tornata? Ma saranno stati separati da pochi centimetri per due o al massimo tre minuti.
– «Il mio grande amore, vieni in braccio alla tua mamma!»
Si avvicinano alla mia visuale, in un delirio di baci e carezze. Il cagnolino è nero, di minuscola taglia, la sua mamma invece è una ragazza di trent’anni, con un caschetto biondo e dalle gote generose. L’ ossitocina straripa da ogni poro, sono nel mondo ma totalmente intoccabili, imprendibili. Forse è questo il senso ultimo dell’amore: renderci più resistenti rispetto agli urti del mondo.
Mi capita spesso di riflettere coppie, ma così innamorate raramente. È una danza di gesti di cura e di amore, nei loro sguardi rinvengo uno stato di gioia assoluta, una sorta di beatitudine, un pezzo di infinito in questo umido seminterrato.

Finalmente un momento di pace, la foga consumistica si è arrestata. Un po’ di sollievo almeno fino a domani mattina.
– «Ed io cosa avrei da festeggiare, questa mia vita misera? La mia condizione di emarginato, di rifiutato? »
È tornato Orlando. L’ho atteso a lungo in questi notti. Sono stato in pena per lui.
Si dirige verso il bagno, particolarmente barcollante, mentre continua a parlare sottovoce, non riesco a decifrare il suo monologo.
Improvvisamente sento un gran baccano, un crollo, poi più niente.
Urlo: «Orlando!», ma nessuno può sentirmi, nessuno mi sente.
Eccomi inchiodato al mio immobilismo, alla mia impotenza. Non sono che una cosa, un oggetto. Una nullità.

Sono le tre di notte e stanno tirando fuori Orlando dal bagno su una barella.
L’arrivo del Natale ha ristretto ancora di più il suo perimetro di sopportazione e dilatato, ampliato le sue ferite.
Spero sia un addio senza morte, amico mio. Mi auguro di non rivederti mai più in questo inferno.

Un anno dopo…

È passato un anno dall’attentato a Barcellona. Era il 17 agosto 2017 e in questo articolo,  pubblicato su piùeconomia*, raccontavo il mio ritorno nella città catalana dopo il tragico evento.

isis-in-crisis.jpegSe andate a cercare nell’enciclopedia medica la definizione di convalescenza troverete la seguente dicitura: “periodo intermedio che intercorre tra la fine dello stato di malattia (o dopo un’operazione chirurgica) e la ripresa completa dell’organismo”. La convalescenza è dunque un momento di massima vulnerabilità per il paziente essendo questi particolarmente debole e quindi ad alto rischio di essere contagiato. Orbene, se è vero quanto sostiene il noto scrittore catalano, Carlos Ruiz Zafón, ovverosia che “le città sono organismi, degli esseri viventi” anche i luoghi, al pari delle persone, possono  vivere una forma di convalescenza, a volte in seguito a gravi calamità naturali, altre volte per le azione scellerate degli uomini, e altre ancora perché tali scellerate condotte arrivano ad un grado talmente alto di imprevedibilità e di potenza da somigliare a vere e proprie calamità naturali. Se a vivere il periodo di convalescenza è una città, quindi, ci si aspetta di trovare questa ripiegata su se stessa, indebolita, dolorante e vulnerabile. Questo nella maggior parte dei casi, ma non se la paziente in questione si chiama Barcelona.  Immaginate che tra la vita e la morte si interponga una strada dove la tragedia e la speranza camminino insieme, dove il flusso del divenire le comprenda e le tolleri entrambe, dove il rispetto per le vittime e la voglia di non cedere psicologicamente al nemico coesistano, pensate a questa strada come ad un sentiero di pace e di fratellanza. Ecco, esattamente questo è La Rambla di oggi, un luogo dove il ricordo della tragedia si unisce alla speranza e al senso di rinascita.

Lasciandosi dietro le spalle Plaça de Catalunya, quando si arriva all’ultimo semaforo prima di immettersi nella Rambla, subito si intravede un temporaneo altare funebre fatto di mazzi di fiori, lettere, candele, magliette, e oggetti vari, mentre poco più in là, posizionati su ambo i lati del grande accesso alla via, vi sono ora stabilmente due furgoni della polizia a presidiare e a fare da barriera, impedendo in tal modo l’accesso a qualsiasi tipo di autoveicolo. Superata la polizia La Rambla appare come sempre, piena di gente, un alveo brulicante di vita. Le persone camminano spedite, si fermano solo a dare il loro commiato in quel punto iniziale e a metà del percorso, precisamente nel luogo dove migliaia di persone hanno lasciato, nei giorni successivi all’attentato, delle scritte con gessetti colorati a sostegno di Barcellona. Tra i vari messaggi che ho letto ce n’è uno che mi ha colpito particolarmente: “Isis in crisis”.

Come se l’autore di quelle parole, in un gioco di rime, volesse sottolineare che La Rambla non rispondendo con la paura abbia messo l’Isis appunto in uno stato di crisi. E in effetti il terrore, inteso come la conseguenza perseguita da ogni attentato terroristico, nella città catalana non ha avuto troppe ore di vita, e questo è ciò che inequivocabilmente si rileva a distanza di qualche settimana.

Tempo di convalescenza breve dunque per “L’incantatrice”, che in questi giorni si sta preparando in maniera concitata per l’evento del referendum per l’indipendenza che si terrà il primo di ottobre, e alle festività della Mercè in programma per la fine di settembre. Il Consiglio Comunale dal canto suo, invece, ha creato il sito web “Barcelona Educa Per la Pau” con risorse educative per aiutare gli insegnanti ad affrontare il tema dell’attacco del 17 agosto a La Rambla e quindi lavorare per la cultura della pace. Il clima di rasserenata speranza è capace di rassicurare anche i tanti turisti presenti, i quali si muovono confidenti in ogni via, piazza e monumento della città.

Se “le città sono organismi ed esseri viventi” e “Barcellona una donna” non si può che immaginarla come una coraggiosa eroina di altri tempi, marcatamente indipendente e smisuratamente attaccata alla vita.

 

*https://www.piueconomia.com/2017/09/12/17-agosto-12-settembre-barcellona-oggi-il-racconto-dalla-rambla

“Sono nata il 21 a primavera…”

Per celebrare la Giornata mondiale della poesia ho scelto di omaggiare colei che nacque proprio “il 21 a Primavera”, Alda Merini, con una delle sue poesie più belle: La fuga. Un monologo dolce e disperato rivolto dalla poetessa dei Navigli al suo Dio, un negoziato d’amore, la “preghiera” di una figlia diretta al Padre. Un appello a quel Dio “che deve essere una scelta, un tocco come di pianoforte, di musica” , che “è libertà assoluta, non disonore” e al quale la Merini chiederà continue “concessioni di grazia”, in un valzer di litigioso amore, in un rito di capricci, follia, premura, devozione, fughe e ritorni. “La fuga” nasce dalla necessità di evadere dalla perfezione, di vivere quella follia che “ha il cuore di donna” e quegli “amori distruttivi come catastrofi”, e si tramuta nel bisogno, quasi consolatorio, di sentirsi fragile, pavida, UMANA.
Una poesia intrisa di fragilità e di bagliori di luce, potente e soave, dove emerge l’animo “stanco” di quella “donna non addomesticabile”, che durante la fuga, si ferma “in un angolo di strada” ad aspettare che il suo Dio passi.
Donna e poetessa immensa, Alda Merini, che ci auguriamo vivamente possa finalmente essere inserita tra le Indicazioni nazionali per i Licei insieme ad altre poetesse e scrittrici straordinarie e a tutti gli autori nati al sud di Roma.

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Alda Merini

Lasciami alle mie notti

ed ai miei benefici di peccato,

lasciami nell’errore

se decantarmi è compito di Dio.

So che mi assolverai dalle mie

pene

ma ora lasciami  umana

col cuore roso dalla mia paura,

quando sarò bassorilievo

al tempo

della tua eternità non avrò fronti

contro cui capovolgere la faccia

Alda Merini, La Fuga

*Vedi anche https://www.piueconomia.com/2018/03/21/la-giornata-mondiale-della-poesia-nel-segno-di-alda-merini/

 

“Perché lungo il perire dei tempi l’alba è nuova, è nuova”.

«Se si è toccato il fondo, non si può scendere ancora sotto. Restare giù sarebbe la morte, che nessuno vuole. Quale che sia il genere letterario, una cosa è chiara a tutti: a tutti gli italiani toccherà lottare per risalire e stavolta per risalire non significa andare al Nord. Per staccarsi dal fondo, bisognerà puntare i piedi a Sud»

Walter Pedullà, Il mondo visto da sotto

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“Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria, /è stanco di solitudine, stanco di catene”. Questi alcuni versi della struggente poesia “Lamento per il sud” di Salvatore Quasimodo, uno dei padri dell’ermetismo e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. Eppure l’opera di Quasimodo, al pari di altri autori meridionali, non compare nell’olimpo della “letteratura vera”, nel pantheon delle figure di rilievo selezionate dal Ministero della Pubblica istruzione per i programmi scolastici (per i Licei). Ebbene sì, lo scrittore siciliano appartiene anch’egli all’esercito degli scartati, degli esclusi, dei senza gloria, di coloro che sono confinati nel “ghetto” a sud di Roma, come rappresentanti di un’espressività meramente regionale. I clandestini della letteratura italiana, gli invisibili, i Cancellati.

Nel 2010 infatti, nel silenzio generale, una commissione di “esperti” nominata dall’allora Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stilò il documento “Schema di regolamento recante “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali di cui all’art. 10, comma 3, del D.p.R. 15 marzo 2010”. Orbene, le anzidette “indicazioni nazionali” elencano 17 autori, ritenuti “non eludibili” e “decisivi”, ma tra questi non compare nessun meridionale – eccetto Verga e Pirandello – ed una sola donna, Elsa Morante.

Ad accorgersi per primi del misfatto furono due intellettuali irpini – del Centro di documentazione sulla poesia del sud – Paolo Saggese e Peppino Iuliano, i quali da quasi otto anni portano avanti con ostinata una doverosa battaglia contro questa assai discutibile selezione ministeriale. I suddetti, insieme ad Alessandro Di Napoli, Alfonso Nannariello e Raffaella Sella, hanno dedicato alla questione due opere – “Faremo un giorno una carta poetica del sud ”, con la prefazione di Alessandro Quasimodo e “Faremo un giorno una carta poetica del sud (2)” con la Prefazione di Paolo di Stefano – che raccontano diffusamente questa vicenda politico-culturale.
Ed è proprio a Paolo Saggese, direttore scientifico del Centro di documentazione sulla poesia del sud, che abbiamo chiesto di riassumere ogni singolo passaggio di questo processo di rimozione culturale, con il tentativo di individuare e comprendere le possibili cause o concause che hanno determinato la vergognosa esclusione degli autori meridionali.*

È un combattente nato, Paolo Saggese, un utopista, un “operaio di sogni”, un custode della cultura meridionale, un “rivoluzionario gentile”. Bacchetta gli intellettuali che nel tempo sono stati capaci di dare espressione solo alle ombre, senza mai sottolineare, anche, la luce del meridione, contribuendo indirettamente all’operazione di coloro che stanno tentando di effettuare, come scrive Paolo Di Stefano, una vera e propria opera di “rimozione” della Terronia dalla cultura italiana. “Dobbiamo liberarci dal senso di minorità”, dice, con una sfumatura di amarezza.

 

Mariagrazia Passamano

*L’intervista integrale a Paolo Saggese la troverete su “Più Economia”, con il titolo, Saggese e la poesia dimenticata: il Sud rialzi la testa

Luci

FOTO DI SEBRAN D’ARGENT

Mi nutro di solitudine, mi cibo di provvisorietà, di indefinito, del senso vertiginoso che scaturisce dall’ignoto, dal procedere per tentativi. La vita mi sbeffeggia e mi ributta continuamente nell’assurdo, nel rullo del caso. Mi mostra continui lati liquidi che fuoriescono dalla mia maschera rigida, mentre ombre danzanti e luci filtrate scandiscono il lento avanzare degli eventi.​

Il supremo valore della gentilezza

Le parole gentili non costano nulla. Non irritano mai la lingua o le labbra. Rendono le altre persone di buon umore. Proiettano la loro stessa immagine sulle anime delle persone, ed è una bella immagine.
(Blaise Pascal)

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Poco dopo la morte del grande Nelson Mandela, mi è stato regalato il libro “Mandela, ritratto di un sognatore” di John Carlin, il quale ha avuto la possibilità unica di incontrarlo più volte nel Sudafrica post-apartheid, negli anni cruciali – dal 1990 al 1995 – in cui Mandela da una parte ha dovuto fronteggiare ostacoli terribili, ma dall’altra ha raccolto i suoi più grandi successi. Come corrispondente dal Paese africano, Carlin ha raccontato non solo il lato ufficiale-istituzionale del Madiba, ma anche quello umano, la sua solitudine, le sue tante battaglie e ciò che mi ha più colpito è la frase che chiude il libro: “grazie anche, come sempre, a Sue Edelstein e a mio figlio James Nelson Carlin, che spero leggerà questo libro un giorno e imparerà dal suo immortale omonimo il supremo valore della gentilezza”.

Ciò che il giornalista inglese ricorda di più di Nelson Mandela è dunque la sua gentilezza, la sua capacità di essere sempre affabile e cordiale con tutti. Secondo John Carlin è stato anche un lato vincente del presidente africano, poiché con i suoi modi cauti e gentili riusciva a calmare i suoi interlocutori, e spesso anche i suoi nemici politici, e a dare loro la sensazione di essere accolti, compresi, rispettati. 
La gentilezza è un valore supremo ma rappresenta anche, senza alcun dubbio, l’unica probabile chiave d’accesso alle altre persone, un ponte tra due universi, la possibilità di stabilire un incontro, un modo per valorizzare l’altro, restituendogli una percezione cortese del mondo. Non è solo cortesia però, la gentilezza è qualcosa di più profondo, è un esercizio costante alla positività, alla possibilità, ad un senso di fiducia nella vita, è un pensiero rivolto al bene che diventa atto rigenerante, speranza, opportunità salvifica.

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Foto di Elliot Erwitt, Cuba

Viaggiando sempre con valigie pesantissime ho costatato che sono state pochissime, in giro per il mondo, le volte in cui qualcuno mi abbia aiutato ad alzare i miei bauli con le rotelle. E questo mi ha fatto riflettere sulla scarsa importanza che diamo al valore della gentilezza. Alzarsi per cedere il proprio posto ad un anziano non è buonismo, ma un gesto affascinante, di grande potenza e bellezza. Aiutare qualcuno che si è perso indicandogli la strada non è una perdita di tempo è una terapia che fa bene all’anima. I tedeschi per definire la parola gentilezza usano il vocabolo Freundlichkeit, amichevolezza (cordialità) e anche Liebenswürdigkeit con l’accentuazione del significato di amore. Mi piacciono molto questi vocaboli, perché non si può immaginare gentilezza senza amore inteso come filía appunto. È gentile colui che è capace di pensieri cordiali, amicali, di accoglienza e di premura. Arthur Schopenhauer , a proposito della cordialità e bontà, affermava: “il carattere buono [… ]vive in un mondo esterno omogeneo alla sua natura: per lui gli altri non sono un non-io, bensì io-un’altra volta. Perciò il rapporto originario tra lui e ogni altro è amichevole: egli si sente intimamente affine a tutti gli esseri, prende parte diretta al loro bene e al loro male e fiduciosamente presuppone in loro la medesima partecipazione”. L’altro come l’estensione del proprio io, e come proiezione della propria bontà secondo il filosofo tedesco dunque. Potesse la gentilezza concretizzarsi in un gesto, questo sarebbe una carezza, un gesto di tensione verso l’altro, un gesto che fa da mezzo, da incontro appunto. Il contrario della gentilezza non è lo schiaffo, è un non gesto, un non facere, una resistenza, una riluttanza, la chiusura, un recinto senza uscita. È lo sguardo che non si posa sull’altro, incapace di risalire le mura dell’individualismo, della mediocrità e dell’ autoreferenzialità. La gentilezza ha quindi come presupposto essenziale l’apertura, la fiducia, la forza, il movimento, l’atto di creare, l’andare verso. L’assenza di essa è lo stato in luogo, un luogo fittizio perché senza l’altro noi non saremo altro che percezione non reale della nostra essenza.

La gentilezza mentale è dunque preliminare rispetto a quella gestuale, comportamentale  e anche a quella verbale. La persona gentile potrà essere istruita o meno, poco conta, penserà sempre con cura alle parole da usare, perché capace di comprendere la potenza tanto salvifica, quanto distruttrice delle stesse. La gentilezza fa da filtro anche nella scrittura, si può avere un tono ironico, sarcastico e anche polemico senza perdere il senso dell’armonia, dell’amabilità, di umanità .

Oggigiorno questo valore è anticonvenzionale, viene visto quasi con sospetto, è sinonimo di arrendevolezza, sentimentalismo, fragilità, mielosità, segno di debolezza. Un gesto gentile viene quasi interpretato come finalizzato, manipolativo, volto ad un obiettivo determinato. Ci si sente più, tragicamente, rassicurati dalla cattive maniere, dall’indifferenza, dall’arroganza, dalla violenza verbale, dalla rozzezza. L’assenza di gentilezza viene vissuta come manifestazione di potenza, di personalità, di carattere. E così stiamo morendo tutti di solitudine, rassegnati all’individualismo, alla superficialità, alla poca umanità, ai toni rigidi, polemici, chiusi, irrispettosi, ignorando gli effetti benefici della gentilezza sulla salute psicofisica e trascurando la  sua grande forza antidepressiva. In Italia nel 2000 è stato istituito un “Movimento italiano per la gentilezza” con l’obiettivo di diffondere la gentilezza tra i concittadini, insieme al senso civico e al rispetto delle regole, “nel quadro di una più armonica convivenza tra gli uomini”. Mentre in Giappone, precisamente a Tokyo, nel lontano 1988, è nata la giornata mondiale della gentilezza – che si festeggia il 13 novembre – grazie al Japan Small Kindess Movement.

Facciamo esercizi di bellezza: pratichiamo la gentilezza.

Mariagrazia Passamano

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